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Home - Ghetti, la più grande ONG italiana in Capitanata per fornire le cure primarie

Ghetti, la più grande ONG italiana in Capitanata per fornire le cure primarie

Di Antonella Soccio
6 Luglio 2018
in Welfare
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Da circa un mese la Ong “INTERSOS aiuto in prima linea” è attiva in sei siti della provincia di Foggia, in sei ghetti disseminati per la Capitanata per un’azione di monitoraggio, raccolta dati e cura. Da alcuni giorni, l’organizzazione umanitaria italiana ha iniziato a fornire cure primarie ai lavoratori stagionali migranti, che si trovano in più assembramenti informali nella provincia di Foggia. Con 2 unità mobili mediche, viene fornita assistenza medica ed orientamento ai servizi socio-sanitari a Borgo Mezzanone, Rignano Scalo e in altri insediamenti nella zona.

“Da questi non-luoghi, dai ghetti comincia uno sfruttamento spietato per portare frutta e verdura a basso costo sulle tavole di tutta Europa, senza che se ne conosca il costo umano, invisibile sui banchi dei supermercati” sostiene Alessandro Verona, Coordinatore Medico Unità Migrazioni di INTERSOS nel blog dedicato alle operazioni.

L’azione di INTERSOS in situazioni di emergenza garantisce l’accesso ai servizi medici vitali, primari e secondari, intervenendo nella cura delle diverse esigenze attraverso terapie nutrizionali e comportamentali, supportando il sistema sanitario locale.

“Abbiamo un progetto di cure primarie negli assembramenti bracciantili – spiega a l’Immediato il dottor Verona – nei confronti di persone braccianti, che per contratto avrebbero diritto ad avere dai loro datori di lavoro vitto e alloggio”.

L’opera della Ong è quella di fornire anche delle informative sui servizi pubblici esistenti sul territorio. In provincia di Foggia la Asl interviene nei ghetti, sebbene alcuni servizi andrebbero di molto implementati. “Cerchiamo di dare informazioni ai braccianti su un accesso appropriato ai servizi, spesso non conoscono alcune esperienze, vanno solo raccordati. C’è sovente un utilizzo improprio dei servizi sanitari”.

La medicalizzazione viene spesso abusata, così come c’è un uso smodato di farmaci: è ovvio che se si va in Pronto Soccorso per una ferita al dito, si rimarrà frustrati per il possibile ritardo della risposta sanitaria. Ecco perché Intersos lavora al miglioramento di una medicina di prossimità, con una maggiore autodeterminazione del paziente. Non basta la medicalizzazione, occorre una vera e propria  “terapia comportamentale”, secondo Verona. Si punta alla “salute globale”, analizzando tutti i determinanti di salute. Vivere in una bidonville in mezzo alla pianura assolata, con servizi igienici discutibili, come è prevedibile, cronicizza alcune patologie.

La Ong educa e assiste, per rinforzare il servizio pubblico e fornire alle Asl degli spunti e dei progetti pronti per l’uso. La sanità pubblica è in difficoltà, in un contesto come i ghetti, la tutela del singolo è essenziale. Condizione abitativa e condizione lavorativa da sole influiscono e determinano le diverse patologie, è questa la lezione di Intersos. “Ci stiamo raccordando con la prefettura e con la commissaria del governo, Iolanda Rolli, una cosa ci ha insegnato la storia di assembramento a Ventimiglia, bisogna sempre lavorare in collaborazione, sviluppando con gli enti pubblici una sinergia, perché il pubblico ha molto da dare, l’approccio deve essere multidisciplinare. Siamo felici di collaborare con tutti gli attori formali”.

Intersos vuole “contaminare” di buone prassi le istituzioni. È accaduto in Sicilia, dove è prima partner di Unicef ed è stata presa come buona prassi il suo approccio con i minori, sulle navi della Guardia Costiera. Lo stesso dicasi per l’esperienza ambulatoriale di Crotone. Nei ghetti va intensificata la mediazione interculturale, Intersos si muove con 2 mediatori. E torna in ciascuno dei 6 differenti ghetti da 1 a 3 volte alla settimana, per visite e raccolta dati.

“Vogliamo evitare di tenere alta l’asticella dell’allarmismo, questo è un buon momento per affrontare i temi della salute nei campi bracciantili, la Puglia si sta muovendo in maniera interessante. Vanno evitate le facili cacce alle streghe e i luoghi comuni accresciuti dalle strumentalizzazioni politiche”, aggiunge Verona.

Quali sono allora le patologie più diffuse nei ghetti? Il dottore elenca i primi dati. Punto primo, per sfatare ogni cliché: non ci cono patologie di importazione, ma disagi tipici dei senza fissa dimora. Nessuna tbc dunque, che ha dei picchi in altre regioni, ma per componenti endogene, con una recrudescenza che aumenta in condizioni indigenti. Ma ci sono invece artrosi, tendinite e numerose criticità gastroenteriche, causate dalla tendenza dei migranti ad una dieta troppo piccante e speziata. Cresce il diabete, massimamente espresso nelle popolazioni asiatiche, con una serie di piccole sofferenze.

“C’è un grado di dolori diffusi mal rappresentati, anche la disidratazione è frequente per l’assenza di acqua a sufficienza nei luoghi di lavoro e la condizione abitativa non aiuta”, conferma il medico.

Si è anche alzata l’età dei braccianti in Capitanata, la storia della migrazione porta a far fermare nei luoghi di lavoro. Ma nessun allarmismo da parte di Intersos. “Il privato sociale serve a dare degli input alla Asl, dove c’è una istituzione, vogliamo creare delle buone esperienze nella medicina di prossimità, siamo sicuri che la Asl sarà ricettiva, noi siamo solo di transito, vogliamo consegnare alla Asl e alla rete locale le nostre informazioni e le nostre pratiche”, conclude il dottor Verona. Intersos sarà nei ghetti foggiani fino all’inverno, poi si valuteranno i dati con una analisi puntuale rinviata ai primi mesi del 2019.

(foto da intersos.org)

Tags: Alessandro VeronaFoggiaghettiIntersosMigrantiong
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