Agritre, tutti i dubbi sulla centrale di Sant’Agata. “Cittadini preoccupati”

Nuova presentazione per la Società Agritre della centrale a biomasse. Illustrate le prospettive per la filiera dei sottoprodotti agricoli in Capitanata e mostrati i presunti benefici economici ed ambientali

Nuova presentazione questa mattina a Sant’Agata di Puglia per la Società Agritre della centrale a biomasse, che ha illustrato in un convegno le prospettive per la filiera dei sottoprodotti agricoli in Capitanata, mostrandone i presunti benefici economici ed ambientali.

Presente insieme al sindaco, alle autorità locali e ai presidenti delle organizzazioni agricole anche l’assessore regionale all’Agricoltura Leo Di Gioia, che è intervenuto assieme al professor Massimo Monteleone, docente dell’Università degli Studi di Foggia, maggior consulente della Agritre per la valorizzazione  dei residui colturali, Piero Massucci, responsabile Biomasse di Agritre e Simone Tonon, Amministratore Delegato Agritre, il quale ha anticipato alcune questioni relative alla cogenerazione e alla energia termica per le serre di nuova generazione, che ancora devono sorgere accanto alla centrale.

In questi anni, anche dopo alcuni problemi tecnici dei mesi scorsi, la filiera della paglia non è stata organizzata al 100%. Nonostante il 2018 si preannuncia un anno dalla grande produzione di paglia, dopo la trebbiatura, la centrale, secondo fonti interne, potrebbe non avere balle a sufficienza per alimentare l’impianto. I prezzi della paglia offerti da Massucci ai pagliaroli sono troppo bassi per mettere in piedi quelle quantità che servono e quelle filiere necessarie ad un perfetto funzionamento della centrale, che brucia paglia e sottoprodotti dell’agricoltura e mai cippato boschivo, che è servito solo per l’accensione iniziale. Nessun pagliarolo locale ha voluto legarsi in esclusiva ad Agritre, molti hanno preferito continuare a vendere la paglia ai loro precedenti clienti, che pagano prezzi più alti rispetto alla centrale e in molti casi presentano anche costi logistici inferiori.

I dubbi

Non sono mancate nel corso del convegno alcune puntualizzazioni. Lo stesso assessore Di Gioia si è detto contrario ad impianti così grossi, come quello di Sant’Agata. Idem sentire da parte di Michele Ferrandino numero uno provinciale di Cia, che è stato molto duro.

Insomma l’entusiasmo iniziale attorno alla centrale, che avvolgeva alcuni segmenti agricoli qualche anno fa, sembra del tutto svanito, dal momento che la paglia e quel business agroforestale promesso mancano. L’indotto del fieno e delle stoppie non è stato avviato al meglio. Quello dei sottoprodotti agricoli della potatura è quasi completamente inesistente.

Non basterebbe un intero bosco, che pure è andato in fumo l’estate scorsa sulla collina di Sant’Agata- se mai questo potesse essere bruciato in quell’impianto- ad alimentare la centrale, confida a l’Immediato Ugo Fragassi, autorevole imprenditore del settore, presente oggi all’incontro.

Il progetto dell‘impianto è nato e si è sviluppato – come risulta dalla relazione depositata dall’UNAIS, consulente-general contractor – nell’ipotesi di utilizzo esclusivo di biomasse vegetali solide di origine agricola, in primo luogo la paglia di grano che rappresenta, in provincia di Foggia, la biomassa principalmente disponibile.

Il funzionamento

Il sistema di combustione è stato progettato con accorgimenti tali da utilizzare un mix di paglia e cippato da residui agroforestali, potendo funzionare al 100% con la sola paglia o con un mix di 90% paglia e 10% di cippato. Ma oggi tali percentuali sono molto lontane, perché la paglia manca all’appello.

La centrale brucia ben 157.000 t/anno di biomassa e necessita di 23.400 mc./gg di acqua per alimentare la caldaia generatrice di vapore, 1.200 t/a di urea, di resine per il trattamento acque ai fini di produzione dell’acqua demineralizzata utile alla produzione di vapore, 35 tonnellate all’anno di soda caustica, 30 tonnellate di Acido cloridrico, 2 tonnellate all’anno di olio lubrificante, calce idrata, 5.600 mc all’anno di metano, pari a 16 mc al giorno per l’accensione, 0,4 tonnellate di trifosfato sodico, 0,4 tonnellate di deossigenante, 0,2 tonnellate di alcalinizzante.
Per converso, restituisce nell’ambiente ogni anno:  6.875.00 tonnellate di vapore se immesso liberamente nell’atmosfera a 70°C; 3.264.000 mc al giorno di fumi a 155°C e da purificare; 0,45 tonnellate annue di oli esausti; 0,5 tonnellate annue di resine; acqua ancora calda e inquinata; 3 MW di calore generato per ogni MW di energia elettrica prodotta, per un totale annuo di ca. 480.000 MW di calore equivalente il calore generato dalla CTE e immesso nell’ambiente, se non altrimenti utilizzato immettendolo in serre ecc.; 12.000 t.di polveri sottili e ceneri volanti pari a 36 t/g e 1,5 t/h; 67.000 ton. di ceneri pesanti e scorie; 30 kg/h di fanghi, circa (come residuo secco), da sistema trattamento acque durante lo svuotamento della vasca; 2,5 tonnellate di imballaggi.
Emette in atmosfera: ossidi di azoto, anidride solforosa, ossido di carbonio, ammoniaca; acido cloridrico; Diossine e furani; PM 10 ( polveri sottili);PM 2,5 ( polveri sottili); composti inorganici del cloro espressi come acido cloridrico; composti inorganici del fluoro espressi come acido fluoridrico.

Per compensare un impatto così pesante, nell’A.U. del 24 maggio 2013, n.31, la Regione Puglia, Area Politiche per l’Ambiente, le reti e la qualità urbana, impone, tra le misure di mitigazione dell’impatto, la piantumazione di arbusti di essenze autoctone lungo la recinzione perimetrale per una fascia di profondità minima di 10 m. tra l’area dell’impianto e la Strada provinciale 119; sempre la Regione Puglia, Area Politiche per lo Sviluppo Rurale evidenzia che, rispetto al Piano di Approvvigionamento presentato da Agritre, ammette che “da un punto di vista strettamente agronomico risulterebbe più conveniente l’interramento di tutti i residui vegetali per mantenere i livelli di sostanza organica nel suolo, così come previsto nelle norme sulla condizionalità”.

La Provincia di Foggia, Servizio Ambiente, nella Determinazione Dirigenziale del 18/10/2012, prevedeva, tra le altre prescrizioni, che la società dovesse “installare due centraline di monitoraggio della qualità dell’aria fisse, di cui una anche meteo, da ubicare nei punti di massima ricaduta stimata e che il gestore dell’impianto deve presentare annualmente una relazione sulla gestione dell’impianto relativa all’anno solare precedente che contenga almeno i dati relativi al piano di monitoraggio, le variazioni impiantistiche effettuate, una valutazione delle prestazioni ambientali rispetto alle Migliori Tecnologie Disponibili”.

Ancora, la Provincia impose alla società Agritre, con riferimento alle opere di compensazione e mitigazione, “di realizzare una superficie a pascolo arborato (con roverella e perastro) di almeno 50 ha localizzati in un’area pianeggiante convertendo terreni non interessati da habitat naturali. Per mitigare la dispersione di inquinanti causata dal traffico di mezzi pesanti, impegnati nel trasporto delle biomasse e delle ceneri, si rende necessario realizzare delle fasce arboree e arbustive ai lati delle strade di accesso alla centrale. L’area perimetrale della centrale sia piantumata con essenze arbustive autoctone e sia mantenuta la vegetazione esistente”.

Le critiche ambientaliste e politiche

Ma ad oggi queste opere appaiono insufficienti. Lo dice da tempo la massima oppositrice dell’impianto, la professoressa Pina Cutolo, consigliera comunale a Sant’Agata: “Il compito di eseguire periodiche verifiche e far rispettare tutte queste prescrizioni è affidato all’ARPA, ma il cittadino preoccupato per la qualità dell’aria, dell’acqua e del suolo come può avere certezza che questi controlli vengano realmente effettuati? Chi gli assicura che vengano rispettati i livelli di emissioni imposti dall’Autorizzazione Unica? Quale certezza ha che il Comune, organo preposto alla sicurezza dei cittadini, vigili sull’effettivo rispetto delle prescrizioni, quando è noto che di fronte all’urgenza di garantire posti di lavoro spesso accade che si subordini a questi la salute pubblica?”, sono queste le sue domande, che consegna anche alla nostra testata web.

Oggi, con la paglia che latita e l’investimento che svetta nelle valli tali interrogativi si presentano ancora più calzanti. La riflessione sul rapporto costi-ricavi di questi interventi è quanto mai seria: i vantaggi dell’insediamento industriale della Tozzi green sono davvero maggiori dei danni?

Cutolo è schietta: “Se si passa poi ad esaminare gli aspetti economici, per quanto riguarda S. Agata, la Convenzione, della durata di 25 anni, sottoscritta da Comune e Agritre il 13 luglio 2010, con cui la società si impegnava a versare al Comune, a titolo di compensativa ambientale per gli effetti ricadenti sul territorio a seguito dell’istallazione dell’impianto, un risibile importoonnicomprensivo annuo pari a € 0,50 (cinquanta centesimi di euro) per ogni MWe prodotto e immesso in rete. Presumibilmente tra 80/100.000 euro all’anno. La società si impegnava, inoltre, ad assumere personale locale (32 assunzioni), fatta eccezione per le figure apicali e, cosa di estrema importanza, la società si impegnava a non utilizzare in alcun modo e per nessuna ragione CDR (Combustibile Derivato dai Rifiuti) o materiale similare. Ma anche su questo sorgono molte perplessità, soprattutto se si considera che la Legge Regionale sugli impianti a biomassa consente di convertire gli stessi in inceneritori di CDR dopo soli 5 anni. Esistono davvero dei vantaggi per questi investimenti? Non può bastare un’indagine epidemiologica commissionata e finanziata dalla stessa società Agritre a tranquillizzare i cittadini sugli effetti sulla salute che, purtroppo, come sempre, si vedranno solo nel lungo periodo, in un territorio assalito ormai da due decenni da centinaia di torri eoliche industriali e dove si annovera, a breve distanza dall’Agritre, un’altra enorme centrale elettrica, quella dell’Edison”.

Con lo scopo di informare la cittadinanza su questi rischi, il Partito Democratico di S. Agata di Puglia sta organizzando un convegno proprio sull’alto tasso di mortalità per tumori nell’area dei Monti Dauni.