Miseria e Nobiltà, perfetta la trasformazione di Scarpetta nel dialetto foggiano della compagnia Palcoscenico

Con la regia di Dino La Cecilia, lo spettacolo organizzato da Bellavita Eventi, ha visto sul palco attori esperti e dall’indiscussa bravura

Non è una cosa semplice approcciarsi ad un classico di Eduardo Scarpetta, come Miseria e Nobiltà, e trasportare le maschere della napoletanità, come la figura novecentesca del Pulcinella borghese Felice Sciosciammocca, nello specifico foggiano. Nè è facile adattare tempi e ritmi comici del grande ed epico teatro dialettale napoletano alla gutturalità dei suoni dauni o alla finta ingenuità della cadenza servile della plebe arricchita garganica. Ma gli attori della Compagnia Palcoscenico ce l’hanno fatta alla grande ieri al Teatro Giordano, tenendo incollato il pubblico per circa 3 ore, e divertendolo profondamente.

Con la regia di Dino La Cecilia, lo spettacolo organizzato da Bellavita Eventi, ha visto sul palco attori esperti e dall’indiscussa bravura come Serena Capasso, Rocco Morra, Sarah Panessa, Rita Dell’Aquila, Maria Casalucci, Oreste Delle Donne, Lucio Vinella, Antonio Vinella, Fabio Conticelli, Luca Citarelli, Giuseppe Mauriello, Gino de Stefano, Antonella Imperatrice, Maria Assunta Paciello.

La trama è nota: il giovane marchesino Eugenio ama la ballerina Gemma, figlia di un ricco cuoco che nella commedia è un esilarante padrone di casa del Gargano interno, con inflessioni sammarchesi e sanseveresi, ma è avversato dalla sua nobile famiglia, ragion per la quale architetta un piano con dei finti parenti pescati nel popolo, grazie alla famiglia di Felice, non Sciosciammocca, ma Scopece, il cognome del foggiano del ceto medio individuato. L’intreccio, che si ingarbuglia grazie ad innumerevoli equivoci e colpi di scena, è inframmezzato dalla mitica battuta del piccolo Peppiniello, “Vincenzo, m’è padre a me”.

Onirica sul palco la scena cult dei poveri che si arrampicano sul tavolo per conquistare la loro porzione di spaghetti, resa celebre da Totò.

Gli attori del Piccolo Teatro sono stati straordinari, nel reggere uno spettacolo fisico e dalla lunga sceneggiatura. Di grande impatto le due madri, versione foggiana dell’originale, dove le due donne popolane erano le compagne dei due protagonisti maschili. Le loro liti iniziali, le loro iaiate hanno catapultato il pubblico in uno spaccato tipico dei vicoli e del femminile foggiano terrazzano.

La trasformazione dal napoletano al dialetto della Foggia vecchia è credibilissima, le battute di Felice, interpretato dal sempre più in parte Fabio Conticelli, sono stilettate comiche irresistibili. Proprio Conticelli riesce ad essere ancora più efficace e formidabile quando si libera dell’armamentario della sua comicità, che in questi anni è stata soprattutto corporea e carnale, e punta tutto sull’ironia e sul sarcasmo della parola, qui altissima, del testo di Scarpetta, seppur modificato. Tutti bravi i “bei giovani”, importanti i costumi e la scenografia mobile, resa possibile dai numerosi sponsor, a cominciare dai Mercati di Città La Prima, che hanno contribuito allo show di Bellavita Eventi. Prossimo appuntamento Toti&Tata insieme alle tante sorprese della vicina estate.