Al Giordano tragicità e commedia con “Il Casellante”. In scena Moni Ovadia e la lingua letteraria di Camilleri

Un teatro letterario e insieme popolare è andato in scena ieri e stasera sarà in replica alle 21 al Giordano con “Il Casellante” per la regia di Giuseppe Dipasquale con Moni Ovadia, Valeria Contadino, Mario Incudine, Sergio Seminara, Giampaolo Romania e i musicisti Antonio Vasta e Antonio Putzu tratto dall’omonimo racconto di Andrea Camilleri, per la produzione di Promo Music – Corvino Produzioni, Centro d’Arte Contemporanea Teatro Carcano e Comune di Caltanissetta.
Come per il notissimo Montalbano, anche a teatro il dialetto aulico di Camilleri si impasta nel linguaggio dei diversi attori. All’inizio, come per ogni libro del maestro, è difficile entrare nella lingua meticcia e arcaica dello scrittore, ma poi una volta dentro vi si rimane affascinati e ipnotizzati. La forza del siciliano letterario è tale che il pubblico viene catapultato sul palco, testimone della nascita della logica mafiosa nella Sicilia del Ventennio, in cui ciascuno faceva giustizia da sé e dell’estro del popolo della Sicilia, dei suoi canti, dei suoi carri, di un mare solo immaginato. Lo spettacolo ha un ritmo elevatissimo grazie alla maestria di Moni Ovadia, che è al contempo voce narrante fuori campo e almeno quattro personaggi (la splendida mammana “magara”, il barbiere, il casellante violento e un indimenticabile giudice piemontese),  che incrociano e arricchiscono la vita in scena dei due protagonisti, la coppia di giovani sposi innamorati Nino e Minica, Mario Incudine e Valeria Contadino, e degli altri due interpreti.

Il Casellante di Camilleri fa parte del ciclo “mitologico” della produzione dell’autore. Lo spettatore è immerso in una Sicilia mitica, infatti, nei colori e nei giochi di forza tra personaggi. Le cronache dell’antichità mitica narrano di Niobe, madre superba dapprima, e poi dolorosissima. Gli dèi le uccisero i figli, per vendetta. Ne ebbero pietà alla fine, trasformandola in pietra, da cui sgorgò una sorgente di lacrime. Ma non ci sono dèi a Vigàta. Ci sono giorni regolari, abituali. Treni che vanno e vengono, passaggi a livello da monitorare, concertini domenicali, brava gente e uomini d’onore.

I due atti sono molto diversi tra loro. Nel primo si entra nella casa del casello della Vigata degli anni 40 in pieno fascismo e si ride molto, con la recitazione e la canzone popolare mescolate in modo molto armonico nelle serenate guascone ad personam e la satira popolana alla dittatura con la spassosissima comicità delle marcette fasciste trasformate in valzerini.

Nel secondo atto invece c’è tutta la tragedia della guerra e della violenza selvaggia contro le donne inermi. I due attori, quando la disgrazia si abbatte sui loro personaggi, offrono un’interpretazione di grande commozione. “Naturalmente ha perso il bambino”, la battuta che penetra nella sensibilità del pubblico. Amore e dramma, pathos e morte, fino alla follia e al riscatto finale. L’albero non è quello della casa del nespolo di verghiana memoria, è la donna stessa ad essere diventata albero.

Uno spettacolo struggente, dalla scenografia elegante ed essenziale, da non perdere.