Un fiume di corruzione nel libro di Cantone-Caringella. E a Foggia si rivede Vendola

“Oltre 100mila tonnellate di rifiuti hanno distrutto il territorio per le generazioni future”. Per Francesco Caringella, presidente di sezione del Consiglio di Stato, passa anche da effetti disastrosi come quelli raccontati dagli ultimi casi di cronaca nel Foggiano il fiume di corruzione che sta avvelenando l’Italia. La presentazione del libro “La corruzione spuzza”, scritto a quattro mani con il presidente Anac Raffaele Cantone, è stata l’occasione per rivedere in Puglia – e a Foggia in particolare – l’ex governatore Nichi Vendola, alla prima uscita pubblica nella sua regione dopo i 10 anni di presidenza. Con lui, il presidente di Confindustria Gianni Rotice ed il presidente Aiga, Valerio Vinelli.

“Con questo incontro mi avete obbligato ad uscire da una volontaria astinenza – ha spiegato l’ex governatore pugliese -, e proprio qui, non a caso, cito il fenomeno che più di altri dovrebbe essere analizzato: l‘illegalismo di massa. Il disconoscimento della cosa pubblica, che diviene res nullius, perdendo così il valor proprio, comporta la possibilità-opportunità di smaltire rifiuti pericolosi in campagna. In quel momento, la terra di tutti (dunque da tutelare) diviene tera di nessuno. Perciò, quel veleno sversato nella nostra terra, nel nostro ciclo alimentare, nella nostra acqua, viene percepito come qualcosa che non ci appartiene e i cui effetti non possono arrecarci danno”.

La corruzione, poi, secondo Vendola, riguarda il modello di sviluppo dell’Italia, che con la sua “urbanizzazione deregolamentata” ha raggiunto il tasso di cementificazione più alto d’Europa. Così, “diritti, salute e lavoro sono gli assi della legalità, e quando non ci sono utilizzare quel termine significa sfottere le persone”.

La legalità, però, passa anche dalla prevenzione e dalla qualità degli investimenti. “Confindustria ha voluto intraprendere il percorso di legalità attraverso l’iscrizione di alcune aziende nella white list per gli appalti pubblici – ha spiegato Rotice -, purtroppo però ancora non si vedono gli effetti premiali nella facilità di accesso al credito e ai finanziamenti. In un territorio come il nostro, che assorbe il 60 per cento della logistica ed è noto per agroalimentare e turismo, per dare serenità al sistema delle imprese si dovrebbe sbloccare il programma di infrastrutture da 630 milioni. A questi si aggiungono i 108 miliardi previsti per lo sviluppo del Paese fino al 2030″.

Un fiume di denaro che rischia di deviare in pericolosi rivoli corruttivi se non si attivano meccanismi di controllo (anche sociali) validi. Nella classifica del Sole24Ore, basata su dati della commissione europea (2010-2014), le categorie maggiormente vulnerabili sono: i partiti, i funzionari degli appalti pubblici e delle concessioni edilizie, il settore delle licenze commerciali, la sanità, le banche, la polizia e i tribunali. In quest’ultimo caso, particolarmente rilevante, c’è da sottolineare che “solo lo 0,5 dei processi per corruzione giunge a sentenza”, a dimostrazione della “patologia che colpisce tutti i gangli del sistema Paese”. 

“La politica è lo specchio dell’illegalità di massa dell’italiano medio – ha spiegato Caringella -, un fenomeno bilaterale come la corruzione non si può risolvere nei tribunali, dove i processi durano mediamente 8 anni. La nuova corruzione è più pericolosa di quella degli anni Novanta. Non più solo passaggi di denaro, ma giri vorticosi e smaterializzati di favori, piaceri, collusioni. Non più il classico accordo privato fra corruttore e corrotto, ma la creazione di un’organizzazione criminale attraverso cui politici, burocrati, imprenditori e mafiosi perseguono gli stessi obiettivi. Alla più accentuata pericolosità del fenomeno corruttivo non corrisponde, però, un’adeguata coscienza collettiva della necessità, etica e pratica, di reagire. Un appalto pilotato, una licenza edilizia comprata, una sentenza truccata sembrano vicende che toccano i soldi pubblici, non le nostre finanze personali. E invece quel denaro rubato è anche nostro, perché la cosa pubblica è una ricchezza comune, e la sua gestione immorale danneggia tutti, privandoci di risorse, opportunità e prospettive. La corruzione, grande o minuta che sia, entra ogni giorno nelle nostre case e ci rende più poveri. I soldi intascati dai corrotti significano opere pubbliche interminabili, edifici che crollano alla minima scossa di terremoto, malasanità, istruzione al collasso, cervelli in fuga, giustizia drogata, mancanza di investimenti stranieri, ambiente violentato, politica inquinata. È, quindi, un dovere civile rimboccarsi le maniche e lottare, con armi nuove ed efficaci. Le regole e il codice penale non bastano. Serve la prevenzione, legislativa, amministrativa e culturale. Ma serve, soprattutto, la ribellione indignata di ognuno di noi di fronte a quella ‘spuzza’ di cui ha parlato papa Francesco nel suo indimenticabile discorso del 21 marzo 2015 davanti ai ragazzi di Scampia”.