“Sono viva grazie a mio figlio”, la storia di Maria Grazia e l’impegno per “chi dona la vita”

aa21f5a00de04effd17397b3e7a5ca00_XLMaria Grazia Riontino, 62 anni, insegnante in pensione, con tante cattedre sulle spalle e ben impressa nella mente l’importanza di lavorare con i giovani, è una donna molto determinata. È consapevole che una buona informazione può neutralizzare il pregiudizio e paura, aiutando gli altri. E poggia sopratutto sulla sua storia, il motore di tutto. “La mia vita era normalissima. A luglio del 2014 ci stavamo preparando per andare in vacanza in Sardegna ed avevo una leggera senso di spossatezza che nei giorni andava sempre di più ad aumentare, dolore al bacino e una febbricola che attribuivo allo stress degli esami di stato”, racconta.

Poi su insistenza di suo marito decide di fare un prelievo e i risultati sono subito allarmanti. Di corsa al Pronto soccorso, poi il ricovero in Ematologia e la biopsia del midollo. La diagnosi è luecemia mieloide acuta, con il 95% delle cellule del sangue formato da blasti leucemici. Seguirà la prima chemioterapia, poi altre due, i primi capelli che iniziano a cadere, la nausea e il rifiuto del cibo fino alla nutrizione con la parenterale e allergie da farmaco.

“Ci sono stati dei momenti di vero e proprio panico, sopratutto quando mi hanno detto che non potevo fare l’autotrapianto di cellule staminali emopoietiche e che la ricerca di un donatore esterno aveva dato esito negativo. Cademmo tutti nello sconforto”. Restava l’ultima carta da giocare: suo figlio Riccardo. Nel frattempo, come tutta la famiglia, si era sottoposto al test ed era risultato compatibile con lei al 70%. Non ci ha pensato su nemmeno un istante: accertamenti, ricovero e prelievo di cellule staminali emopoietiche (CSE) dalle creste iliache, con un piccolo intervento in anestesia generale.

Dopo il trapianto Maria Grazia si è dovuta necessariamente sottoporre ad una terapia massiccia di farmaci e per 35 giorni viene trasferita in isolamento nell’Unità di Terapia Intensiva Ematologica. Poi finalmente a casa dove però continua per oltre un anno l’isolamento dal mondo esterno. “E adesso come sta professoressa?”. “Sto bene, grazie a Dio ce l’ho fatta! Voglio ringraziare tutti, dal primario ai medici che hanno eseguito il trapianto, infermieri e operatori socio sanitari. Hanno dimostrato tenacia, professionalità ed un’estrema cura, nonostante il lavoro sottoponga tutti ad un notevole stress fisico e psichico”.

“E Riccardo?”. “Mio figlio non smetterò mai di ringraziarlo, mi ha donato la vita, come ho fatto io con lui tanti anni fa. E dopo avermi assistito amorevolmente è andato a vivere a Londra, fa l’infermiere al Queen’s Hospital Center”. Le brillano gli occhi. Adesso Maria Grazia ha deciso di mettere al servizio di tutti la sua esperienza, conclusasi positivamente. “Sono referente del gruppo di lavoro dell’Associazione Donatori Midolo Osseo di San Giovanni Rotondo. Siamo a caccia di giovani di età compresa tra i 18 e i 35 anni che vogliano donare sangue midollare”. La battaglia, tuttavia, è lunga e difficile.
Solo una persona su 100.000 è compatibile al 100% con chi, adulto o bambino, è in attesa di trapianto per tentare di guarire da leucemia, linfomi e mieloma. Ma basse non vuol dire impossibile. Secondo i dati pubblicati dal Registro Italiano Donatori di Midollo Osseo (IBMDR), che raccoglie tutti i potenziali donatori, in Italia solamente nel 2015 sono stati eseguiti 728 trapianti di cellule staminali emopoietiche da non consanguineo, dove le compatibilità sono più rare. 

fonte: Casa Sollievo della Sofferenza