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Home - 25 operai ridotti in schiavitù, arrestati tre caporali. “Trattati come bestie, roba da terzo mondo”

25 operai ridotti in schiavitù, arrestati tre caporali. “Trattati come bestie, roba da terzo mondo”

Di Francesco Pesante
30 Giugno 2016
in Cronaca
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“Una situazione inverosimile, da terzo mondo“. Così viene descritta dai finanzieri del Comando Provinciale di Foggia la scena apparsa stamattina all’alba davanti ai loro occhi nelle campagne tra il capoluogo dauno e Troia. In un casolare sporco, con un bagno turco per uomini e donne, senza alcuna privacy e sicurezza, vivevano 25 rumeni (6 donne) sfruttati da Fausto Saracino, 54enne di Troia, dalla figlia Francesca, 26enne e dal rumeno Ion Cornel Ion, 45enne. Tutti e tre arrestati per caporalato nell’ambito dell’operazione “Dominus”. Grande capo dell’organizzazione Fausto Saracino, sulla carta titolare di un’azienda per la vendita di crostacei. Ma i soldi, Saracino, se gli guadagnava sfruttando questi 25 operai che lui stesso, aiutato dalla figlia “contabile” e dal tramite rumeno “sub reclutatore”, forniva ad aziende agricole del territorio foggiano oppure aziende specializzate nella ristorazione. Alcuni dei suoi “schiavi”, le donne soprattutto, finivano a svolgere assistenza domiciliare per anziani. In “Dominus” sono stati denunciati anche tre imprenditori agricoli, Francesco Caccavo, 71enne di Foggia, Saverio Palumbo, 62enne di Troia e Ponziano Intiso, 69enne anche lui di Troia. Questi tre, rispetto ad altri imprenditori, sarebbero stati a conoscenza della provenienza illecita degli operai.

Le indagini, svolte nel periodo novembre 2015 – aprile 2016 e coordinate in ogni fase dalla Procura della Repubblica, hanno permesso di individuare Saracino, la figlia e il rumeno, i quali disponendo di una notevole struttura organizzativa (disponibilità di un dormitorio, servizio di trasporto degli operai, impiego di ditte/società di copertura) hanno svolto attività di intermediazione (con reclutamento di manodopera ed  organizzazione dell’attività lavorativa) di 25 operai di nazionalità rumena, ponendo gli stessi a disposizione di aziende agricole della provincia di Foggia per la raccolta delle olive, nonché di altre aziende e privati della zona per l’assistenza domiciliare agli anziani ed in supporto alle attività di ristorazione. 


Alla luce di quanto appurato dalla Autorità Giudiziaria e dalle Fiamme Gialle foggiane, l‘attività di intermediazione, svolta mediante violenza, minacce ed intimidazione ed approfittando dello stato di bisogno e di necessità dei lavoratori, è risultata caratterizzata da “sfruttamento”, sussistendo tre degli indici di sfruttamento previsti dal Legislatore nazionale all’articolo 603 bis del c.p. e segnatamente: la retribuzione dei lavoratori in modo palesemente difforme rispetto alle previsioni del contratto collettivo nazionale e territoriale di settore. Sul punto è stato appurato che agli operai sfruttati veniva corrisposta mediamente la paga oraria di 3 euro (dai quali venivano detratti i costi dell’alloggio e per le sigarette) a fronte dei 7,87 euro previsti in sede di contrattazione collettiva decentrata; la violazione della normativa in materia di sicurezza nei luoghi di lavoro, essendo stato constatato il mancato impiego, da parte degli operai, dei prescritti dispositivi di protezione individuale (calzature con suole antiscivolo, cuffie, guanti antivibrazioni, casco con visiera/occhiali protettivi); la sottoposizione dei lavoratori ad una situazione alloggiativa particolarmente degradante.

È stato constatato come gli operai sfruttati fossero alloggiati, in modo promiscuo ed in letti a castello, all’interno di un “locale dormitorio” ubicato a Troia di circa 40 metri quadrati, privo di divisori per tutelare la privacy del personale femminile. I soggiornati potevano disporre di un solo bagno esterno, peraltro fatiscente, composto da una sola doccia, un solo sanitario (turca) e due lavabi. L’impianto di riscaldamento a supporto della cucina e del locale dormitorio consisteva in unica stufa a legna, mentre l’impianto elettrico, in violazione delle basilari prescrizioni di sicurezza, era costituito da collegamenti di tipo “volante”. Il terminale di scarico della cucina risultava essere “a cielo aperto” anziché confluire nella rete fognaria. E’ stata infine rilevata, con concreti profili di rischio per la sicurezza degli occupanti dello stabile, la presenza di bombole di gas nelle dirette adiacenze esterne del caseggiato, con l’accertamento dell’aggravante del numero dei lavoratori reclutati superiore a tre. Invece Saracino e la figlia vivevano in uno stabile adiacente ma con tutti i comfort. 

Nel corso delle indagini è stata inoltre accertata la responsabilità dei tre imprenditori agricoli della zona (Caccavo, Palumbo e Intiso) per il reato di “favoreggiamento personale”, avendo riferito falsamente agli investigatori di non avere intrattenuto alcuna forma di rapporto con gli intermediari sottoposti ad indagine. Dall’attività degli inquirenti è emerso che i Saracino avrebbero reclutato manodopera dalla Romania dove avrebbero costituito un’agenzia di lavoro “SOS Fausto srl” per poi metterla a disposizione di aziende agricole foggiane. Francesca Saracino aveva poi il compito di gestire la contabilità, rigorosamente “in nero”, con tanto di buste paga fasulle.

Per tutti questi motivi, la Procura della Repubblica di Foggia ha richiesto al gip Corvino di disporre l’applicazione di idonee misure cautelari personali e reali. I tre “caporali” sono finiti in carcere mentre è stato disposto il sequestro preventivo dell’immobile ubicato a Troia e di 4 automezzi, con targa bulgara, impiegati per il trasporto degli operai. I furgoni avevano solo due sedili, per questo gli operai erano ammassati sul retro in piedi o seduti a terra. “Trattati come bestie”, hanno commentato gli uomini della Guardia di Finanza.

Tags: caporalatoFausto SaracinoFoggiaFrancesca SaracinoFrancesco CaccavoTroia
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