Vestiti e ben curati, ecco chi comanda al “Gran Ghetto” di Rignano. “Perché lo Stato non ferma i caporali dei migranti?”

Se chiedi a un migrante/bracciante che vive nei ghetti della nostra provincia “quanti sono i caponeri (i caporali dei migranti di origine africana)?”, la risposta è sempre la stessa: “conta le macchine, ogni macchina è un caponero”. Dopo l’incendio del “Gran Ghetto” le macchine posteggiate lungo la strada sterrata sono più delle persone presenti nel ghetto che, grosso modo tenendo conto anche delle persone in attesa del bus dell’ATAF, sono poco più di un centinaio di persone, forse centocinquanta.
I pochi rimasti dopo l’incendio, incendio che è facile definire chirurgico per come non ha solo lambito le case in muratura, sono quasi tutti impegnati nell’opera di ricostruzione delle baracche del ghetto, baracche che sembrano ampi locali da adibire a dormitori per ospitare in modo più razionale i poveri braccianti stagionali che a breve arriveranno per trovare lavoro nelle campagne. Le persone presenti non impegnate nell’opera di ricostruzione o si dedicano alla manutenzione delle macchine o, mentre giocano a carte al coperto dei patii delle case delle ex opere di bonifica, sono intente a controllare la distribuzione dell’acqua dai contenitori blu forniti da AqP. Tutto questo avviene mentre una squadra è impegnata nell’opera di scarico di un container ancora posizionato sul semirimorchio che lo ha trasportato.
L’impressione, la quasi certezza, è che lo Stato sia totalmente assente in questa parte della Capitanata. Come hanno fatto a far arrivare, indisturbati e nella più totale impunità, i pali, le assi, e i teli in plastica per ricostruire quanto distrutto dall’incendio? Dove vanno a scaricare i rottami di ferro i furgoni che partono stracarichi delle reti dei letti bruciati? Possibile che non si intraveda nessuna pattuglia delle forze dell’ordine lungo tutta la strada per, se non impedire, controllare tutto questo via vai di materiali?


Dopo una breve e, sicuramente, superficiale visita al Gran Ghetto ne usciamo con poche certezze e con tanti dubbi.
Per quanto visto, abbiamo la certezza che la vita del ghetto sia totalmente controllata dai caponeri, che all’acqua portata da AqP i migranti possano accedere solo dopo averne avuto l’autorizzazione dai padroni del campo. Questa convinzione deriva dal posizionamento dei contenitori dell’acqua posti non all’ingresso del ghetto, come i cassonetti per la raccolta dell’immondizia, ma davanti alle poche costruzioni in muratura attorno a cui è sorto il ghetto stesso, costruzioni abitate da migranti che indossano vestiti puliti e ben curati.
Com’è possibile che lo Stato non sia in grado di fermare il movimento della macchine dei caponeri quando c’è solo una strada che porta fuori dal ghetto? E’ così difficile, impossibile, posizionare pattuglie agli ingressi della strada e controllare se le macchine che passano sono in possesso dei minimi requisiti per poter circolare sulle strade del nostro stato (molte macchine hanno targhe straniere)?
Com’è possibile che, nonostante i costi degli “interventi umanitari”, esistano ancora i ghetti, di cui il Gran Ghetto è solo un paradigma?
Com’è possibile che ASL Foggia non dia un servizio di assistenza sanitaria ai migranti che vivono nei ghetti per prevenire l’insorgere di malattie infettive e diffusive pericolose per tutta la comunità della Provincia? Perché per anni si è dovuto sopperire ai servizi non erogati dalla ASL pagando un’associazione specializzata nell’assistenza medica?
Com’è possibile che dopo l’incendio del Gran Ghetto non si sia attivata la Protezione Civile per dare conforto ai migranti che avevano perso la povera dimora e impedire un’opera di ricostruzione che consegna definitivamente le chiavi del ghetto alla nuova malavita dei migranti?
Com’è possibile che le organizzazioni impegnate nelle opere di “assistenza caritatevole” non siano state in grado di trovare una sistemazione alternativa alle circa duecento persone presenti il giorno dell’incendio del Ghetto?
La sensazione, che speriamo si fugata dai prossimi interventi di regione Puglia, è che sino a oggi nessuno abbia voluto affrontare il “problema ghetti” perché questi sono funzionali a un’economia agricola tutta tesa alla ricerca del prezzo più basso a scapito dei poveri lavoratori immigrati. E questo è una situazione a cui si deve porre fine senza più perdere tempo e spendere soldi inutilmente.

Giorgio Cislaghi per Alternativa Libera Foggia