Stangata alla mafia del Gargano, boss Raduano comandava anche dal carcere. Il business della droga

Da sinistra, Vescera, Raduano e Gala

Comandava anche dal carcere Marco Raduano, erede naturale di Angelo Notarangelo, storico boss viestano, detto “cintaridd”, morto ammazzato a gennaio 2015. Raduano, 32 anni, già dietro le sbarre per la rapina a un furgone di sigarette e per possesso di un arsenale sorvegliato da un serpente, dava direttive alla moglie Giuseppina Vescera, 34enne e a Michele Gala, 28enne cugino di Notarangelo. Queste due persone avevano il compito di gestire almeno parte del traffico di droga per conto del clan di Vieste, oggi coordinato da Raduano. I tre sono indagati e gravemente indiziati di detenzione illecita di cocaina. Per Raduano è stata applicata la misura coercitiva in carcere mentre per Vescera e Gala sono scattati i domiciliari. 

L’attività di indagine, condotta dai carabinieri del Nucleo Investigativo e della Tenenza di Vieste e coordinata dalla Procura della Repubblica di Foggia, si è sviluppata attraverso attività tecnica e servizi sul territorio a partire dall’agosto 2015, ovvero dall’arresto di Raduano, insieme ad altre tre persone, per la rapina a mano armata commessa il 16 giugno 2015 a Termoli ai danni di un furgone che trasportava sigarette. La carcerazione ha quindi obbligato l’uomo ad affidarsi a persone di fiducia per continuare i traffici illeciti, e solo l’attenta e penetrante attività investigativa ha permesso di svelare le direttive che Raduano impartiva alla moglie e a Gala, in merito ad un quantitativo di cocaina da spostare dal luogo dove era stata nascosta dal giovane boss quando era in libertà per poi provvedere alla vendita della stessa.

Sulla base delle informazioni acquisite, i carabinieri hanno proceduto ad un sopralluogo in un terreno nella disponibilità di Raduano, posto nelle vicinanze della sua abitazione, in contrada Scialara di Vieste, dando riscontro positivo all’ipotesi che l’indagato detenesse la droga in quel posto. I militari, infatti, hanno rinvenuto all’interno di un pozzo coperto con assi di legno una cassaforte in metallo al cui interno erano occultati alcuni monili di bigiotteria e due recipienti di vetro: in uno erano contenuti due passamontagna ed un paio di guanti, mentre nell’altro mezzo chilo di cocaina.

Gli accertamenti tecnici effettuati dal laboratorio di analisi dei carabinieri hanno consentito di stabilire l’elevato grado di purezza della cocaina rinvenuta, con un principio attivo pari all’85%, da cui sarebbe stato possibile ricavare quasi 3.000 dosi da distribuire nel mercato dello spaccio per un potenziale volume d’affari pari a 50.000 euro circa.

Sulla base degli elementi di colpevolezza raccolti dai carabinieri a carico dei tre indagati, l’Autorità Giudiziaria ha emesso i provvedimenti restrittivi. Quello per Raduano è stato notificato presso il carcere di Foggia dove è già detenuto dopo l’arresto effettuato dai carabinieri nell’ottobre scorso, a seguito delle violazioni delle prescrizioni imposte quando era ristretto agli arresti domiciliari per detenzione illecita di armi. Infatti anche dalla propria abitazione continuava a incontrare esponenti di spicco della mala garganica.

Indagini sono ancora in corso per capire la provenienza di quella droga e per ricostruire gli equilibri della mafia garganica dopo la morte di Notarangelo.





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