Fondi europei al boss della mala garganica Libergolis. Scatta il sequestro dei beni immobili

Contributi per l’agricoltura ad Armando Libergolis, allevatore ma soprattutto elemento di spicco della mafia garganica. Fondi europei (126mila euro) ottenuti addirittura mentre era nel carcere di Bari. La questione ha scatenato una dura battaglia legale che si è articolata tra sequestri dei beni e ricorsi. Armando Libergolis, 40enne di Monte Sant’Angelo, noto di recente per essere diventato papà grazie alla procreazione assistita, condannato a 27 anni di carcere per mafia e droga, è un pezzo importante del “clan dei montanari”, fino a pochi anni fa capeggiato da personaggi come Ciccillo e Franco Libergolis, il primo morto ammazzato nel 2009, il secondo finito dietro le sbarre. O come Giuseppe Pacilli, detto Peppe u’ Montanar’, anche lui in carcere.

Armando, figlio di Pasquale Libergolis, altro capo storico della mala sul Gargano, venne arrestato insieme alla moglie Maria Riccardo per frode e truffa ai danni dell’Agenzia per le erogazioni in agricoltura ma anche per associazione a delinquere di stampo mafioso. Al termine di una nuova udienza, il Giudice del Reclamo della Corte dei Conti, in composizione collegiale, ha ripristinato nei confronti suoi e della moglie, il sequestro conservativo di beni immobili pari all’ammontare dei contributi ricevuti. In buona sostanza è stato confermato il primo provvedimento emesso nell’ambito dell’inchiesta avviata dal procuratore regionale della Corte dei Conti, Francesco Paolo Romanelli. Il boss aveva ottenuto nuovamente i beni dopo il ricorso – vinto grazie ad un cavillo – presentato dal suo avvocato

Libergolis aveva chiesto il premio supplementare come allevatore riuscendo a fare domanda per i contributi nonostante la detenzione. Per legge non avrebbe potuto ma aggirare l’ostacolo fu un gioco da ragazzi. Bastò farsi aiutare dalla moglie. Tutto liscio come l’olio. I 126mila euro giunsero sotto il sole del Gargano per il periodo 2005/2008. Solo l’intervento della Guardia di Finanza ha scoperchiato il raggiro facendo scattare sull’attenti anche la Corte dei Conti regionale che ha chiesto e ottenuto il sequestro conservativo dei beni fino al raggiungimento del danno erariale. 

Ma la difesa di Libergolis aveva sollevato un cavillo sulla prescrizione. I termini sarebbero scattati dalla data di una relazione trasmessa dalla Guardia di Finanza alla Procura della Corte dei Conti. Una tesi subito accolta dal giudice che aveva disposto la revoca del sequestro dei beni. L’accusa, però, ha continuato a dare battaglia evidenziando l’orientamento della Giurisprudenza, che considera il rinvio a giudizio come punto di partenza per la prescrizione. Inoltre i termini sarebbero stati interrotti da una richiesta di rimborso inviata dall’Agea. Insomma, ennesimo cambio. Il Giudice del Reclamo ha ripristinato il sequestro di beni immobili. Libergolis e consorte dovranno restituire tutto fino al valore ultimo di 126mila euro di denaro pubblico ingiustamente utilizzato.