Scanzi a Cerignola: “Se a Renzi non piacciono i talkshow, guardi la Fiorentina in tv”

“Stiamo vivendo un momento storico in cui la realtà riesce ad andare oltre la caricatura. E quando si vivono questi momenti l’ironia è la lente dei tempi”. E non c’è forma migliore del romanzo per raccontare questa quotidianità, la vita economica e politica del Paese, il giornalismo, per Andrea Scanzi, giornalista, scrittore e saggista, venerdì sera ospite della Fiera del Libro in programma fino a domenica a Cerignola, per presentare il suo primo romanzo “La vita è un ballo fuori tempo” (Rizzoli 2015). 

“Per raccontare quello che vivi ogni giorno, ho pensato ci fosse bisogno di un romanzo, andando a cercare la parodia, l’ironia nel racconto. Come nel cinema degli anni Sessanta, quando I soliti ignoti o Una vita difficile, offrivano uno spaccato della società con una forza espressiva straordinaria”. Lo ha sottolineato più volte alla platea intetressata e divertita dell’ExOpera che il suo non è un romanzo politico. Anche se le vicende politiche di un Paese di fantasia che l’invenzione intreccia alla storia del protagonista Stevie, un rassegnato giornalista di provincia di 45 anni che ha smarrito gli ideali degli esordi che lo rassomigliano allo stagista venticinquenne sognatore, sono ben riconoscibili, al pari del presidente del Consiglio celebrato dalla stampa e del suo ministro. Un romanzo a tratti autobiografico, con uno sguardo ironico e parodiante sul nostro Paese, e in cui si celebra la mancata sincronia dei personaggi con il loro tempo, e il paradosso di un sentimento rivoluzionario che non appartiene ai giovani ma agli anziani. Un racconto denso di rimandi all’attualità che hanno permeato l’incontro di ieri.

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Si è dunque parlato di politica e informazione con la firma di spicco de Il Fatto Quotidiano che in collegamento dalla cornice della kermesse cerignolana, ha partecipato alla puntata di Otto e mezzo, il programma di approfondimento giornalistico in onda su La7, interloquendo con il direttore de L’Unità e la Palombelli dei talkshow e dell’attacco del premier Renzi alla libertà di stampa, regalando attimi di notorietà nazionale all’appuntamento culturale promosso da Oltre Babele e alla città di Cerignola. 

Se a Renzi non piacciono i talkshow, guardi la Fiorentina in tv“. Proccupante e pericoloso quello che sta avvenendo, sottolinea il giornalista riprendendo i temi oggetto dell’approfonddimento della Gruber. “E’ qualcosa che abbiamo già vissuto, solo che oggi quelle stesse persone che avevano consumato le suole delle scarpe facendo girotondi contro la legge Bavaglio di Berlusconi nel 2009 adesso improvvisamente tacciono. Una delle cose che mi ferisce di più in questo momento storico -ha continuato-, e il motivo per cui non credo nel cambiamento, è la tendenza ad adagiarsi da parte di molti colleghi e intellettuali. Ho questa grande paura, sarà da gufo, da disfattista, ma mi sembra di veder discutere delle stesse cose, e gli esempi sono tantissimi, per cui la stessa classe politica combatteva e si arrabbiava”. Se nella lunga era berlusconiana si è registrata “una certa tendenza all’indignazione del popolo italiano, soprattutto quando si toccavano nervi sensibili”, ora che “viene messo in discussione anche il diritto allo sciopero da un governo vicino alla sinistra”, ha rilanciato il giornalista, “non vedo Benigni, Moretti, Michele Serra, fare girotondi”. “Trovo che quando l’intellettuale non è anticorpo, è molto pericoloso per la società in cui vive”, ha aggiunto. Per Scanzi il giornalismo ha gorsse responsabilità nell’educazione di una coscienza collettiva vigile. Lo racconta anche nel suo romanzo, attraverso la metafora della rassegnazione di una generazione senza rivoluzione. 

“L’Italia non la vuole la rivoluzione. La lotta partigiana è stato forse il momento più vicino alla rivoluzione, ma c’è questa tendenza dell’Italia al gattopardismo“.

Tanti scrittori, cantanti, intellettuali italiani, “hanno insistito sulla tendenza alla rassegnazione degli italiani, a non arrabbiarsi più di tanto”, da Gaber a De André e Pasolini. Oggi la tendenza ad adagiarsi ha contagiato anche chi, nel regno della soggettività, dovrebbe ergersi a difensore dei principi su cui tutti dovrebbero essere d’accordo. “È importante per un giornalista, non essere gradito, simpatico, secondo me -la lezione di Scanzi- ma la cifra di un giornalista è la sua onestà intellettuale, è avere come primo baluardo ideologico non la difesa del potere, ma delle regole della verità conclamata della democrazia”. A rafforzare la tesi, ha ricordato gli inchini della stampa a Letta, per poi dimenticarlo una volta decaduto, la manfrina della sobrietà di Monti che rimbalzava su tutti i giornali e gli elogi per i saluti ai passanti, addirittura, e quando “per mesi molte trasmissioni televisive accantonavano i danni della riforma delle pensioni, con gli errori madornali degli esodati -ha continuato scanzi- perchè la Fornero non si poteva attaccare, per aver pianto in conferenza stampa”. E così fino a Renzi, “dalla prosopopea dei rottamatori” tramutatasi in cronache giornalistiche di regime (“non c’è un giornalista critico se c’è Renzi in tivù”). Gli applausi per Scanzi a Cerignola sono tutti per questa sua lezione di giornalismo intellettualmente onesto “o anche un po’ critico”. “A volte lo vedo a volte no. Il giornalismo deve scuotere le coscienze, altrimenti non è giornalismo”.