Passeggiata antiracket, consegnata lettera ai commercianti foggiani: “Dimostriamo che questa città è bella”

Una passeggiata in centro per dire basta a bombe ed estorsioni. Stamattina Tano Grasso dell’Antiracket, il prefetto Maria Tirone, la presidente dell’associazione “Panunzio” Cristina Cucci e Pippo Cavaliere della Fondazione Antiusura “Buon Samaritano”, hanno fatto visita ad alcuni commercianti di corso Vittorio Emanuele a Foggia. Un segno di vicinanza in un momento piuttosto complicato per la città. La Cucci ha consegnato una breve lettera. L’obiettivo è accogliere nuove figure all’interno della Fai Foggia – Associazione antiracket “Giovanni Panunzio”. “Ti invitiamo – c’è scritto nella missiva – a considerare la presenza dell’associazione una opportunità. Contattaci al numero 391.1831331. Noi tutti vogliamo e possiamo dimostrare che non ci pieghiamo, che Foggia è bella, ha aziende vive non sottomesse e che merita i migliori negozi possibili”. Per adesso si è fermi ai quindici imprenditori presenti al momento della costituzione. Servirà tempo per sensibilizzare anche altri soggetti ma qualche passo avanti si è fatto. “Almeno hanno iniziato a chiamare e a informarsi” – dice a l’Immediato, Cristina Cucci.

Anche Cavaliere sa bene che la strada è davvero lunga: “L’usura è tra i reati più difficili da combattere – dichiara -. Negli ultimi anni circa venti persone hanno denunciato e, in qualche caso, si è arrivati anche a sentenze di colpevolezza. Foggia è una città complessa, servirà tempo per ottenere risultati di rilievo“.

Alla passeggiata hanno partecipato anche i rappresentanti delle forze dell’ordine per dimostrare massima compattezza e dare un segnale forte alla città. I negozianti hanno aperto volentieri le porte delle proprie attività e sembrano disponibili a collaborare. È stato solo un primo approccio, per conoscersi e scambiare quattro chiacchiere. Grasso si è lasciato andare a commenti su scarpe e abbigliamento in un clima assolutamente sereno. Ma d’ora in avanti occorrerà dare risposte certe alla città. Il numero di imprenditori che hanno sposato la causa delle associazioni antiracket è ancora troppo esiguo per combattere seriamente il fenomeno.

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