Dalla parte del Sud: l’unità d’Italia e vecchi e nuovi termini della questione meridionale

Il Sud ha dato un grande contributo allo sviluppo complessivo della società italiana, non solo come mercato di consumo di beni e merci prodotte al Nord, ma ancor più con le migrazioni di massa…

Il Sud ha dato un grande contributo allo sviluppo complessivo della società italiana, non solo come mercato di consumo di beni e merci prodotte al Nord, ma ancor più con le migrazioni di massa, prima tra l’Ottocento ed il Novecento nei paesi oltreoceano e poi dal 2° dopo guerra ed in particolare negli anni ’60 e ’70 nel Nord Europa e nel Nord Italia. Interi paesi si sono spostati, complessivamente in tale periodo circa 20 milioni di meridionali sono diventati cittadini residenti al Nord, dando un forte contributo al miracolo economico italiano ed all’aumento della ricchezza produttiva del Nord.

IL NORD ITALIA DEMOGRAFICAMENTE NON ESISTE PIU’

Questo processo di trasformazione e rivoluzione demografica ha prodotto un Italia nuova, in qualche modo doppiamente rovesciata:1) il Nord demograficamente non esiste più, poiché esso è oggi costituito da intere generazioni di cittadini meridionali, da meticci e, quindi, oggettivamente oggi non esistono più settentrionali, al di là della consapevolezza o meno di questo. Il Nord esiste solo geograficamente e come simbolo e modello del mondo occidentale capitalistico espressione dominante di una concezione generale di vita e di una struttura economica-industriale-finanziaria. 2) È il Sud che ha contribuito alla ricchezza del Nord.

È IL SUD CHE HA CONTRIBUITO ALLA RICCHEZZA DEL NORD

Perché questo rovesciamento delle parti: il Sud, più povero, ha contribuito a sviluppare ed ad arricchire il Nord, più ricco, e non viceversa. È difficile capire e spiegare il perché se non rifacendosi alle teorie economiche capitalistiche del libero mercato e del circolo virtuoso della ricchezza che riproduce ricchezza, o più sinteticamente e volgarmente la legge del più forte.

Le analisi e le politiche economiche che negli anni ’70 proponevano la riduzione del divario Nord-Sud mediante politiche economiche di industrializzazione indotta del Sud non si sono dimostrate valide, non hanno raggiunto il risultato. Anzi. I grandi investimenti industriali pubblici che tante speranze avevano suscitato per il lavoro che portavano e per la creazione di nucleo di classe operaia, considerata di per sé dalla sinistra, come progressista, attiva e combattente dei rapporti sociali, sono state disilluse e spesso il risultato finale (dopo decenni) di tali insediamenti è stato un impoverimento del territorio delle sue risorse, se non un vero e proprio degrado ambientale e sociale insostenibile (esempi: il petrolchimico Enichem a Manfredonia, il siderurgico ILVA a Taranto e Bagnoli, il petrolchimico a Gela). Non solo. La stessa classe operaia, costruita da questa industrializzazione indotta, che doveva rappresentare la base e la leva di cambiamento sociale, gradualmente si è strutturataprima, in ceto privilegiato e, poi, con la scomparsa del PCI e la trasformazione dei sindacati da organizzazioni di massa esprimenti le lotte e rivendicazioni dei lavoratori a prevalenti strutture di servizi per accaparrarsi risorse pubbliche, si è progressivamente frantumata e parcellizzata.Tanto che, con la crisi dell’ultimo decennio, si è ridotta ad essere un gruppo sociale marginale senza alcuna coscienza del ruolo storico di rottura di ogni tipo di arretratezza,culturale, sociale, economica.

Lo sviluppo indotto da tali insediamenti, se mai c’è stato, è stato distorto, momentaneo, incompiuto, dipendente e frammentato, diseguale all’interno delle stesse aree meridionali: il divario Nord-Sud è aumentato così come il divario tra diverse aree meridionali, distinte in polpa ed osso come testimoniato da dati statistici della SVIMEZ e dell’ISTAT, e non solo.

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SI È PREDICATO A FAVORE DEL SUD, MA SI È FATTO PER IL NORD

Il Nord, quindi, non ha dato alcun reale contributo a creare nel Sud uno sviluppo autoctono ed autopropulsivo: anche tanti insediamenti industriali privati, stimolati da incentivi economici e normativi, si sono rivelati fragili e provvisori, producendo vantaggi locali nel breve termine ma disperazione nel lungo termine, visto il generale abbandono di tali iniziative industriali, al termine degli incentivi pubblici ed addirittura, in tali casi, il loro ri-trasferimento al Nord, almeno delle iniziative più valide. Quindi, probabilmente, anche queste iniziative si sono risolte a favore del Nord. Si è predicatoa favore del Sud, ma si è fatto per il Nord.

IL SUD È MIGLIORATO PER MERITO SOPRATTUTTO DEGLI EMIGRANTI MERIDIONALI

A pensarci bene da una analisi più accurata si evidenzia (ed emerge) che se le condizioni del Sud sono migliorate è essenzialmente merito dei meridionali, di quella massa di emigranti nel primo novecento e ancor più nel 2° dopoguerra e negli anni ’60, che hanno inviato rimesse alle loro famiglie risorse investite localmente e producenti ricchezza.

Emigranti che, ritornando nei loro paesi, dotati di maggiore esperienza e dinamismo, si sono attivati a promuovere piccole attività economiche, iniziative lavorative, autonome e di piccola imprenditoria che hanno complessivamente arricchito economicamente, socialmente, culturalmente il Sud. Senza contare la spinta che costoro hanno dato allo sviluppo culturale del Sud, sia in termini di stimolo ai propri figli a diplomarsi ed a laurearsi, per acquisire conoscenze e competenze, professioni che consentissero mobilità sociale e rottura di vincoli, subalternità e passività storiche verso ceti e ruoli di poteri e ricchezza consolidati ed acquisiti per nascita, sia in termini di una nuova visione di vita più dinamica, più insofferenti alle ingiustizie e disuguaglianze, portatori anche di nuovi valori, meno particolaristici, più globali ed unitari. C’è stata una vera rivoluzione sociale e culturale del Sud, intervenuta in modo silenzioso, invisibile, molecolare, minuto e graduale sotto la spinta dell’emigrazione di massa, di andata e ritorno.

Le ricerche longitudinali sociologiche di Acquaviva su “La Montagna del Sole” testimoniano e dimostrano questo ruolo positivo, culturale ed economico, degli emigranti fino alla fine degli anni ’70, specialmente nel nostro territorio, il Gargano.

LE DISUGUAGLIANZE SUD NORD SONO AUMENTATE

Ciò nonostante, pur essendo migliorate le condizioni del Sud, le disuguaglianze col Nord non si sono ridotte; anzi esse sono aumentate nel tempo e moltiplicate oggi dall’attuale crisi economica che ha fortemente rimesso in moto il solito meccanismo del circolo vizioso di impoverimento progressivo di chi è giàpovero e debole e del circolo virtuoso di arricchimento ulteriore di chi ègià ricco e potente.

Ciò è inaccettabile né tanto meno è affrontabile aspettando una manna dal cielo. È fondamentale una qualche prospettiva nuova, che riconosca e valorizzi il ruolo positivo per il Sud giocato dagli stessi meridionali, da se stessi, e rianalizzi le condizioni e le ragioni storiche (ed attuali) di queste disuguaglianze che sono non solo tra Nord e Sud, ma anche tra ceti gruppi sociali, indipendentemente dalla loro collocazione geografica ma chiaramente dipendente dalla loro collocazione nella gerarchia e stratificazione sociale e dal possesso di ricchezze, poteri e ruoli privilegiati.

NECESSITÀ DI UNA REVISIONE CRITICA DELLA STORIA E DELLA QUESTIONE MERIDIONALE

In questa prospettiva, critica e revisionistica, si pongono studi e riflessioni che propongono e testimoniano un approccio nuovo per affrontare la Questione Meridionale,un approccio fondato sull’impegno e l’attivazione, individuale e collettiva dei meridionali stessi per il Sud, secondo un modello autopropulsivo, di valorizzazione delle proprie risorse, di mobilitazione dal basso, di spinta al cambiamento delle classi dirigenti, specialmente politiche.

La stampa locale e provinciale ha da tempo dato grande spazio e risalto a questa prospettiva sia con appositi e specifici dibattiti culturali a partire dai libri di Pino Aprile sia con l’impegno quotidiano giornalistico di valorizzazione di esempi (pochi) positivi di imprenditoria sana e di critica verso l’immobilismo della classe politica dominante e di spinta al loro rinnovamento.

A nulla serve piangerci addosso; è sicuramente più utile e produttivo utilizzare esempi e dati positivi, darsi da fare direttamente come meridionali a cambiare e migliorare le proprie condizioni di vita, sia attraverso l’impegno minuto ed invisibile sia attraverso una partecipazione più sociale e collettiva sia attraverso una presa di coscienza forte delle proprie responsabilità (come meridionali) ed anche attraverso conoscenze, storiche ed attuali, sul perché le disuguaglianze ed il divario Nord/Sud di è prodotto, mantenuto, sviluppato ed addirittura rafforzato, andando con analisi alla sua origine storica, al momento dell’unità d’Italia.

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L’UNITÀ D’ITALIA E L’ARRETRATEZZA DEL SUD

Infatti in questa prospettiva vengono ripresi, e posti in luce argomentazioni, fondate e fortemente documentate, secondo cui la disuguaglianza nello sviluppo tra Nord e Sud ha origini antiche e storiche, non è da datare e da vedere solo a partire dalla 2a guerra mondiale, che pur ha la sua rilevanza data la divisione del mondo che si è allora strutturata, ma dal momento dell’unità d’Italia, dalle modalità con cui è stata costruita l’unità d’Italia.

In tal senso, soprattutto in occasione dei 150 anni dell’unità d’Italia sono uscite molte pubblicazioni che rivedono la storia del Sud e della sua arretratezza. Viene proposta e considerata più utile per una maggiore e compiuta verità storica una tendenza a rovesciare un po’ la storia dominante, tendenza considerata fortemente fondata poiché emerge da documenti messi a disposizione degli studiosi solo negli ultimi anni, con l’apertura degli Archivi di Stato, parlamentari, militari, comunali, prima non disponibili.

Tale tendenza, riscopre e si riallaccia agli studi già espressi da Renzo del Carrianel 1966, con la pubblicazione del I e II volume del libro “Proletari senza rivoluzione”, e ancor prima da Salvatore Francesco Romano che 1953 pubblicò il libro “Momenti di Risorgimento in Sicilia”, che allora non ebbero molto seguito.

ROSSO TRAMONTO DI TOMMASO PRENCIPE

In questa prospettiva si inserisce anche il romanzo di Tommaso Prencipe recentemente pubblicato dal titolo “Rosso tramonto; fatti e misfatti di un brigante garganico”.

Il libro, molto documentato e considerabile come romanzo storico-sociologico, racconta la vicenda di un brigante garganico, Luigi Palumbo, detto Il Principe, durante un periodo preciso e particolare, 1861-64, e va visto all’interno di un processo storico più generale, sia guardando al senso dell’iniziativa sabauda di invasione ed annessione del Sud sia al brigantaggio, come fenomeno sociale e politico, fortemente e generalmente diffuso e presente in quel periodo in tutta l’Italia meridionale, specialmente nelle zone impervie collinari e di montagna.

Prencipe è uno studioso di storia locale, fondatore e presidente per moltissimi anni del Centro di Documentazione Storica di Manfredonia, che attraverso numerosi Convegni di Studio e la pubblicazione costante di un Bollettino ha dato in oltre trent’anni un contributo determinante alla conoscenza della storia e della cultura di Manfredonia. In “Rosso Tramonto” egli intende presentare una visione ed un’ipotesi sull’arretratezza del Sud che rompe con la storiografia dominante. Già nella prefazione pone alcune domande, oggi molto vive tra studiosi e meridionalisti impegnati. La nascita dell’Unità d’Italia è stata realmente una risposta al grido di dolore lanciato dalle popolazioni meridionali per sottrarsi alle condizioni di vita ritenute penose a causa del regime borbonico o è l’esito di una conquista del Sud intelligentemente preparata dal Regno Sabaudo? Il passaggio dal governo borbonico a quello dei Savoia è stato di giovamento per il Sud o è l’inizio di amare esperienze? L’opposizione del Sud alla conquista sabauda espressa dal brigantaggio è un fenomeno solo reazionario, nato esclusivamente per difendere gli interessi borbonici od è anche espressione di un movimento sociale spontaneo diffusosi nel mondo contadino e negli strati più deboli della popolazione per affermare principi di uguaglianza e giustizia sociale (il diritto della terra a chi la lavora) e rompere sia vincoli feudali sia rapporti sociali ed economici di dominio del nascente capitalismo del Nord? Secondo T. Prencipe oggi le ricerche di archivio, la ricchezza di documenti nuovi reperibili negli Archivi di Stato parlamentari, militari, ecc. possono e stanno dando risposte più fondate e veritiere meno ideologiche a queste domande, diverse dalla storiografia ufficiale e dominante la quale, quindi, richiede una profonda revisione.

LEGGERE MANFREDONIA E RIFLETTERE COLLEGIALMENTE

In tal senso una risposta più collegiale a queste domande sicuramente verrà dagli incontri di riflessione e di approfondimento organizzati nel Chiostro del Comune di Manfredonia dall’Associazione Sedici e da Andrea Pacilli Editore nei prossimi giorni. Infatti al centro del confronto ci saranno le tematiche de “Il Sud che verrà”, “Lo stato dell’arte di stampa ed editoria in Puglia”, “Una rinnovata questione meridionale”, presentate e discusse da autorevoli studiosi meridionali. L’augurio e la speranza è che da questi studi, da queste riflessioni collegiali, senza pregiudiziali, si possa non solo capire meglio e più compiutamente le ragioni degli attuali ritardi del Sud ma anche trarne indicazioni operative per un impegno continuativo che possa contribuire a modificare il modo di operare delle classi dirigenti locali e meridionali ingenerale. Infatti l’arretratezza, il ritardo più grande del Sud è forse la permanenza di una classe dirigente politica tesa a perpetuare se stessa, riproponendo l’eterno trasformismo caratterizzante la storia d’Italia dall’Unità ai giorni nostri, poiché una nuova prospettiva di crescita del Sud non può che venire da una nuova classe dirigente politica che sa utilizzare gli spunti positivi autopropulsivi ed innovativi che la storia del Sud testimonia.

 

Silvio Cavicchia

Sociologo e Ricercatore Sociale del Centro Studi e Ricerche “Eutopia”

silviocavicchia@libero.it