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Home - Adesso gli schiavi dell’oro rosso sono italiani. Cerignola patria del nuovo caporalato

Adesso gli schiavi dell’oro rosso sono italiani. Cerignola patria del nuovo caporalato

Di Saverio Gaeta
23 Agosto 2014
in Cronaca
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“Dall’Alfa Romeo a bracciante agricolo. In appena ventiquattro mesi il ragionier Vincenzo Micucci, 57 anni, ha ripercorso un secolo di storia che, attraverso due guerre mondiali, una dittatura e decenni di democrazia aveva portato l’Italia tra le prime potenze industriali al mondo”. Esordisce così l’inchiesta firmata da Fabrizio Gatti pubblicata da L’Espresso, che torna a gettare ombre sulle assunzioni irregolari nel settore agricolo pugliese. Il giornalista, già divenuto famoso per una medesima indagine di otto anni fa quando si finse immigrato per denunciare il fenomeno del caporalato nei campi (soprattutto foggiani) durante il periodo della raccolta di pomodori, è tornato sugli stessi luoghi: e la situazione è sì cambiata, ma in peggio.

Infatti adesso Gatti in quei terreni ha trovato non solo immigrati, ma anche ragionieri, geometri e muratori del nostro Paese che non trovano lavoro e ha raccontato la loro drammatica storia da disoccupati, magari con una laurea in tasca ma disposti a paghe irrisorie e a essere ridotti a condizioni di schiavitù pur di portare dei soldi a casa. C’è ad esempio il geometra 45enne di Cerignola, Angelo Rasola, con tre figli adolescenti: lavorava in un forno, da mille euro ancora regolari nel 2008 è passato a guadagnarne 650 in nero. Troppo poco per mantenere una famiglia, ma ha avuto la forza di rifiutare la proposta di un agricoltore italiano, perché “non posso rassegnarmi alla schiavitù”. L’imprenditore infatti “l’ha rimbalzato a un caporale rumeno: 20 euro a giornata, in nero ovviamente, dodici ore al giorno, dall’alba al tramonto a raccogliere pesche, un ero e sessanta l’ora, un quinto del minimo sindacale”.

L’elenco non finisce qui: Laura Prosperi, 27 anni da Castellana Grotte e laureata in neuropsicologia, e Antonio Castellana, 63enne muratore lasciato a casa dal crollo dell’edilizia, sono solo alcuni degli italiani, dal Friuli alla Sicilia, che la crisi ha rispedito alla terra. “E nelle campagne di Cerignola i disoccupati devono fare i conti con i caporali stranieri, che funzionano da polizia privata: abbassano il costo del lavoro e mantengono l’ordine: un’intera comunità di muratori si ritrova al tramonto in piazza Matteotti, ora in cui i caporali italiani pagano i braccianti la giornata e li ingaggiano per l’indomani”. Molto è comunque cambiato dall’inchiesta del 2011: proprio da quell’anno il caporalato è stato riconosciuto come reato, punito con reclusione fino a 8 anni (articolo 603 bis del codice penale), e le imprese non in regola perdono anche i contributi pubblici nazionali ed europei: ma resta diffusa, come spiega Cgilpuglia.it, la pratica delle assunzioni in nero nelle campagne (una su due) e nel foggiano il 40% delle imprese agricole è irregolare per lavoro sommerso (70% in Salento).

Tags: Angelo RasolaAntonio CastellanacaporalatoCerignolaFabrizio GattiFoggiaL'EspressoLaura Prosperioro rossoPuglia
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