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Home - Solite diatribe, a Cerignola feste separate nel giorno della Liberazione

Solite diatribe, a Cerignola feste separate nel giorno della Liberazione

Di Roberta Fiorenti
26 Aprile 2014
in Cultura&Società
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Solite tediose sterili diatribe sul 25 aprile hanno caratterizzato la ricorrenza dedicata alla Liberazione nazionale dal nazifascismo. A Cerignola feste separate anche quest’anno per celebrare la memoria della Resistenza variamente colorata dalle parti politiche. Nella mattinata di ieri si è svolto il momento commemorativo su iniziativa dell’amministrazione comunale, e, nel pomeriggio, la locale sezione dell’Associazione nazionale Partigiani d’Italia ha promosso un corteo che dalla villa comunale si è diretto verso la lapide commemorativa di Teodato Albanese.

“Non abbiamo voluto partecipare al corteo organizzato dall’amministrazione, che prima  accomuna la festa del 25 aprile al 2 giugno, e poi lascia che la sede storica dell’Anpi venga occupata da un disoccupato, poi murata, e, infine, con una porta anonima e una spranga di ferro, diventi un bene da alienare”. È Gianfranco Specchio, a nome della sua famiglia, del defunto papà, il sindaco partigiano Pasqualino, che nel 1945 fondò l’Anpi a Cerignola, a chiudere il breve momento voluto e organizzato dal presidente dell’Anpi Giovani “Pasquale Specchio”, Vincenzo Colucci. A lui ha consegnato, nell’occasione della ricorrenza, il fazzoletto tricolore appartenuto a Domenico Pugliese, che nel 1983 prese le redini dell’Anpi, mentre ai piedi della lapide sua figlia Raffaella ha deposto l’omaggio floreale alla memoria dell’avvocato cerignolano vittima delle Fosse Ardeatine.

“Questa ricorrenza cade nel settantesimo anniversario delle Fosse Ardeatine, e vogliamo dedicarla a un nostro concittadino poco ricordato. E dobbiamo ringraziare un consigliere comunale, se anche quest’anno si torna ancora una volta si ritorna alla diatriba fascisti e antifascisti, si tende a trasformare la verità storica paragonando la guerra partigiana alla guerra di Salò”, ha proseguito Specchio. Il riferimento è alla lettera aperta a firma del consigliere di maggioranza Michele Allamprese, che facendo appello alla sua generazione, “a coloro che hanno, come me, responsabilità politiche”, citando la nota, si è rivolto al segretario cittadino del Pd, Tommaso Sgarro, invitandolo a un “dibattito davvero condiviso e post-ideologico” sulla Liberazione, superando “divisioni” e “steccati” ormai “fuori dal tempo”. Un appello in cui il piddino, intervenuto alla commemorazione di ieri in compagnia di buona parte del partito cittadino (presenti anche i giovani democratici), ha letto un tentativo di “equipollenza tra lotta partigiana e repubblica di Salò”, piuttosto che un desiderio di pacificazione.

“Il problema non è solo di stabilire quale fu la parte giusta e quale quella sbagliata. Non basta riconoscere la cultura della resistenza -la replica  del segretario-, essa va tutelata, custodita, resa valore. Da troppo tempo si chiede che venga risolta la questione della storica sede di Piazza Duomo. Quella che è stata e deve continuare ad essere la sede dei valori della resistenza oggi è un rudere, lasciata all’incuria, depredata nel silenzio, inserita nei beni di alienazione del Comune”. Si è scelto, dunque, di non prendere parte all’iniziativa di commemorazione organizzata dall’amministrazione comunale, sostenendo le ragioni dell’Anpi, offesa per non ha ricevuto alcun invito da parte del Comune e per l’incuria riservata al simbolo della lotta partigiana, “vilmente sfregiato dalla puntuale strategia di smantellamento della memoria”.

Nella mattinata di ieri, Sgarro ha preferito far visita alla novantacinquenne partigiana Filomena Della Croce, moglie di Pasqualino e staffettista della Resistenza. Nel ricordo del marito, lo scorso settembre scrisse al sindaco Antonio Giannatempo, perché venisse restituita dignità all’eredità di Pasqualino, come ha ricordato ieri, in sua vece, il figlio Gianfranco. Una ferita per lei il disinteresse mostrato verso quel pezzo di storia collettiva che racchiude pagine delle sue vicende familiari, gli anni di lotta a Rocca di Papa, alle porte di Roma, quando appena venticinquenne Filomena nascondeva in petto le indicazioni su tracciati e orari dei percorsi dei tedeschi da consegnare ai partigiani. Aveva sposato Pasquale da appena un mese, quando nel 1942 partì in guerra. Erano anni in cui miseria e fame non lasciavano spazio alla paura della morte e il dolore in agguato la privò della sua primogenita di appena tre mesi, ammalatasi di polmonite. “È il doloroso ricordo della lotta partigiana di mia madre -ha concluso il figlio-, che avrebbe voluto condividere qui con noi, insofferente a restare a casa per via della sua età, oggi”.


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