Nel decimo anniversario dalla prematura scomparsa di Guglielmo Minervini — figura centrale della politica pugliese che tanto ha dato alla lotta contro lo sfruttamento nei campi — desidero rendergli omaggio. Lo faccio tracciando una fotografia attuale del fenomeno, analizzando come si sia trasformato con il mutare dei flussi migratori.
Nel cuore della Capitanata, dove la terra produce una porzione consistente del pomodoro e degli ortaggi che finiscono sulle tavole di tutta Europa, le dinamiche dello sfruttamento lavorativo stanno cambiando volto.
A lungo associato quasi esclusivamente al reclutamento nei ghetti di braccianti africani subsahariani, il caporalato foggiano ha sviluppato una declinazione più insidiosa, strutturata e contigua alle maglie della legalità formale: il caporalato comunitario, gestito da reti d’intermediazione bulgare e rumene.
Dalla baracca al contratto “grigio”
Mentre il modello di reclutamento nei ghetti tradizionali (come Borgo Mezzanone o Torre Antonacci) si basa spesso sulla presenza di lavoratori privi di documenti, i braccianti provenienti da Romania e Bulgaria beneficiano della cittadinanza europea. Questa condizione di partenza non elimina lo sfruttamento, ma ne trasforma radicalmente le modalità:
- Sfruttamento contrattuale “grigio”: I casi di lavoro totalmente “in nero” sono sempre più rari. È molto più frequente il ricorso a contratti parziali o fittizi: in busta paga figura solo una frazione delle giornate effettivamente lavorate e non compaiono mai gli straordinari, a fronte di turni quotidiani che raggiungono le 10-12 ore.
- Controllo tramite il “pacchetto servizi”: I caporali comunitari non si limitano all’intermediazione della manodopera, ma offrono un pacchetto completo: viaggio d’ingresso dall’Est Europa, alloggio (in casolari isolati o appartamenti sovraffollati), trasporto quotidiano nei campi e perfino l’ottenimento della residenza.
- Il business della residenza fittizia: La residenza è il tassello fondamentale per accedere alla disoccupazione agricola, all’assegno unico e alle prestazioni assistenziali e sanitarie. I costi di questi “servizi” vengono decurtati direttamente dalla paga: basti pensare che per il solo disbrigo di una residenza fittizia la cifra pretesa dai caporali si aggira intorno ai 2.500 euro.
Il meccanismo economico del ribasso
Il fenomeno non nasce in un vuoto isolato, ma è la diretta conseguenza delle pressioni distributive che schiacciano l’intera filiera agroalimentare:
- Compressione dei prezzi all’origine: La Grande Distribuzione Organizzata (GDO) impone prezzi di acquisto della materia prima estremamente bassi.
- Esternalizzazione dei costi: Le aziende agricole scaricano i margini di risparmio direttamente sul costo del lavoro.
- L’intermediario “schermo”: Il caporale agisce spesso tramite ditte individuali o cooperative fittizie, del tutto staccate dall’azienda agricola, schermando il datore di lavoro da responsabilità dirette.
I nodi aperti tra repressione e tutela
Sebbene l’applicazione della Legge 199/2016 abbia fornito agli organi inquirenti strumenti normativi efficaci per perseguire non solo i caporali ma anche gli imprenditori che ne beneficiano, nel caso dei lavoratori bulgari e rumeni la natura “transnazionale” e la formale regolarità della manodopera rendono le verifiche ispettive molto più complesse.
Superare questa piaga richiede un’azione coordinata che vada ben oltre il solo contrasto penale:
- Controlli rigorosi e trasparenti sulla tracciabilità della filiera e sul prezzo dei prodotti;
- Trasporti pubblici dedicati ai braccianti per spezzare il monopolio dei caporali sulle tratte umane;
- Alternative abitative effettive ed etiche per restituire dignità e indipendenza ai lavoratori.
Solo attraverso interventi strutturali sul territorio si potrà dare continuità all’eredità politica e morale di chi, come Guglielmo Minervini, ha speso la propria vita per la dignità dei più vulnerabili.
*Docente di agraria, esperto di politiche sociali ed ex sindacalista










