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Home - Mafia nel settore vitivinicolo, condanne definitive della Cassazione per due grandi vecchi della “Società foggiana”

Mafia nel settore vitivinicolo, condanne definitive della Cassazione per due grandi vecchi della “Società foggiana”

Respinti i ricorsi: diventano definitive le condanne inflitte dalla Corte d'Appello di Bari. La Fondazione antiusura "Buon Samaritano", parte civile nel processo, parla di una sentenza che rafforza la tutela delle vittime

Di Redazione
13 Luglio 2026
in Apertura, Foggia
Cesare Antoniello e Vito Lanza

Cesare Antoniello e Vito Lanza

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La Corte di Cassazione ha reso definitive le condanne emesse nel processo “Baccus”, confermando le responsabilità di due nomi storici della malavita foggiana, Cesare Antoniello detto “Cesarone” e Vito Bruno Lanza detto “u’ lepre” per il reato di usura.

La Suprema Corte, nell’udienza dello scorso 30 giugno, ha respinto i ricorsi, rendendo definitive le pene stabilite dalla Corte d’Appello di Bari nell’ottobre 2025: 5 anni e 6 mesi di reclusione ad Antoniello per usura e tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso nei confronti di un imprenditore del settore vitivinicolo. La procura generale aveva chiesto sette anni di pena. Invece, 2 anni e 8 mesi a Lanza per usura ai danni dello stesso imprenditore. Per lui il pg aveva chiesto tre anni e sei mesi. “U’ lepre” è esponente di vertice del clan Moretti-Pellegrino-Lanza.

Il procedimento “Baccus”, nato da un’inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Bari, portò all’arresto di 24 persone l’11 giugno 2012. Due i filoni: prestiti usurari a due imprenditori e frode milionaria nel commercio fittizio di mosto tra Foggia e la Romagna.

Le intimidazioni alle vittime

La sentenza d’appello era stata pronunciata al termine di una rinnovazione dell’istruttoria disposta dalla Corte barese, che aveva ritenuto utilizzabili, ai fini della decisione, le dichiarazioni accusatorie rese nella fase delle indagini dalle persone offese.

Secondo quanto ricostruito nel processo, le vittime sarebbero state successivamente sottoposte a minacce e intimidazioni tali da indurle a ritrattare davanti al Tribunale. Per questo motivo la Corte d’Appello aveva ritenuto acquisibili le dichiarazioni investigative, applicando quanto previsto dall’articolo 500, comma 4, del Codice di procedura penale.

La Fondazione “Buon Samaritano” parte civile

Anche in questo procedimento la Fondazione antiusura “Buon Samaritano” si è costituita parte civile al fianco delle vittime fin dall’inizio del processo, seguendo tutte le fasi del procedimento attraverso il proprio difensore e procuratore speciale, l’avvocato Enrico Rando, fino al giudizio davanti alla Corte di Cassazione.

“Una conferma dell’impegno contro l’usura”

In una nota, la Fondazione ha espresso un ringraziamento agli inquirenti e alle istituzioni per il lavoro svolto nel corso di una vicenda giudiziaria che ha attraversato due giudizi d’appello e due passaggi davanti alla Corte di Cassazione.

Secondo la Fondazione, l’esito del processo rappresenta un’importante conferma dell’impegno dello Stato e delle istituzioni nel contrasto all’usura, un reato che colpisce persone in difficoltà economica, privandole non solo dei propri beni ma anche della dignità.

L’ente ha infine ribadito il proprio impegno nell’assistenza alle vittime, anche nelle aule di giustizia, sottolineando come la tutela delle persone sottoposte a intimidazioni e violenze rappresenti uno degli obiettivi fondamentali della propria attività.

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Tags: Cesare AntonielloCorte d'Appello di BariCorte di CassazionecronacaEnrico RandoFondazione Buon SamaritanoGiustiziaprocesso BaccususuraVito Bruno Lanza
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