“Buongiorno signora, sono Matteo dell’ufficio antifrode di Poste Italiane”. Oppure: “Sono il maresciallo Carlo del Nucleo investigativo dei carabinieri di Roma. Il suo conto corrente è sotto attacco”. Bastavano poche frasi, pronunciate con tono rassicurante ma deciso, per terrorizzare le vittime e convincerle a seguire le istruzioni impartite al telefono.
È questo il meccanismo della presunta organizzazione criminale smantellata con l’operazione “Fake Check”, coordinata dalla Procura di Foggia e condotta dalla Polizia postale, i cui dettagli sono stati ricostruiti dalla Gazzetta del Mezzogiorno. Secondo l’ipotesi accusatoria, la banda avrebbe messo a segno truffe per oltre 750mila euro, tentando inoltre altri colpi per circa 400mila euro, sventati grazie all’intuito di direttori e impiegati di banche e uffici postali.
Il finto allarme e gli assegni da fotografare su WhatsApp
Il raggiro iniziava con una telefonata. I truffatori si spacciavano per dipendenti di Poste Italiane, bancari, carabinieri o poliziotti e informavano la vittima che il conto corrente era oggetto di un attacco informatico.
Per evitare la perdita dei risparmi, veniva chiesto di emettere uno o più assegni intestati a persone indicate dal falso operatore, presentati come funzionari incaricati di mettere temporaneamente al sicuro il denaro. In un caso, ricostruito dagli investigatori, una vittima arrivò a firmare sei assegni per un totale di 86mila euro.
L’ultimo passaggio consisteva nell’invio, tramite WhatsApp, della fotografia degli assegni appena compilati. La scusa era quella di verificare la correttezza dei dati, ma quelle immagini venivano poi utilizzate per realizzare titoli di credito falsificati, successivamente incassati alle Poste o negli istituti bancari.
Le frodi ai danni delle compagnie assicurative
L’indagine ha consentito di ricostruire anche un secondo filone investigativo, legato alle compagnie assicurative.
Secondo la Procura, un dipendente di una società assicurativa, anch’egli raggiunto da misura cautelare, avrebbe consultato la banca dati aziendale fornendo informazioni riservate sui risarcimenti in corso di liquidazione.
In questo modo il gruppo sarebbe riuscito a falsificare assegni e documentazione relativa agli indennizzi, facendo confluire le somme destinate ai legittimi beneficiari sui conti riconducibili all’organizzazione.
Due cellule tra Napoli e Foggia
Sempre secondo l’impianto accusatorio, il sodalizio operava attraverso due distinti gruppi.
La componente napoletana si sarebbe occupata della produzione dei documenti falsi, degli assegni contraffatti e di tutto il materiale necessario per realizzare le truffe.
La cellula foggiana avrebbe invece avuto il compito di aprire conti correnti, monetizzare i titoli e riciclare il denaro, facendone perdere le tracce attraverso successivi trasferimenti.
Durante le perquisizioni gli investigatori hanno sequestrato telefoni cellulari, computer, hard disk, documenti d’identità falsi, denaro contante, carte di pagamento e numerosa documentazione. Particolarmente rilevante, secondo la Polizia, il ritrovamento di un supporto informatico contenente software utilizzati per falsificare assegni, creare documenti d’identità contraffatti e riprodurre le matrici dei titoli clonati.
Ventidue interrogatori, venti misure cautelari
L’indagine ha portato complessivamente all’iscrizione nel registro degli indagati di 49 persone, delle quali 41 residenti nel Foggiano. I reati contestati, a vario titolo e nel rispetto della presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva, comprendono associazione per delinquere, truffa, falso, ricettazione, riciclaggio, sostituzione di persona e utilizzo di documenti falsi.
Il giudice per le indagini preliminari Loretta Plantone, accogliendo solo in parte le richieste della Procura, ha disposto 9 custodie cautelari in carcere, 9 arresti domiciliari e 2 obblighi di presentazione alla polizia giudiziaria. I pubblici ministeri avevano chiesto il carcere per quindici indagati e i domiciliari per altri sei.
Tra i destinatari delle misure figurano anche un praticante avvocato e un dipendente di una compagnia assicurativa. È stata invece rigettata la richiesta di misura cautelare nei confronti di un dipendente di Poste Italiane.
Chi sono i destinatari delle misure cautelari
Il gip Loretta Plantone ha disposto la custodia cautelare in carcere per Ciro Agrillo (54 anni, Napoli), Giovanni Berrioli (47, Napoli), Leonardo Bonapitacola (36, di Lucera domiciliato a Mugnano di Napoli), Michele Calabrice (50, foggiano residente a Lesina), Veronica Calabrice (42, Foggia), Matteo Capozzi (22, Foggia), Antonio Consalvo (33, Foggia), Giovanni Cozzolino (59, Casoria) e Renato Di Meglio (32, Napoli).
Agli arresti domiciliari sono finiti Giuseppe De Leo (32, Foggia), Francesco Di Sibbio (50, Foggia), Roberto La Riccia (40, Foggia), Renato Poppi (64, Foggia), Abramo Procaccini (31, Foggia), Antonio Rizzi (32, foggiano residente a Santarcangelo di Romagna), Francesco Sforza (20, Orta Nova), Antonio Stanchi (39, Foggia) e Gabriele Tarullo (56, Foggia).
Per Gianluca D’Arcangelo (53, Casoria) e Gina Rondinella (37, Foggia) è stato invece disposto l’obbligo di presentazione quotidiana alla polizia giudiziaria.
Il giudice ha inoltre rigettato la richiesta di misura cautelare nei confronti di un dipendente di Poste Italiane. Tutti gli indagati sono da ritenersi non colpevoli fino a eventuale sentenza definitiva.












