“Tu li prendi a quei due e li spezzi a metà”. “Non uscire fuori binario”. “Io prendo la gente e gli squaccio il melone”. Sono alcune delle frasi contenute nelle carte della maxi inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Bari sul sistema estorsivo che avrebbe condizionato imprenditori e commercianti foggiani attraverso intimidazioni, pressioni e mediazioni criminali.
Al centro di uno dei capitoli investigativi c’è la vicenda di un imprenditore del settore alberghiero foggiano, proprietario di strutture ricettive e attività commerciali tra Foggia e Gargano, finito nel mirino di personaggi vicini alla criminalità organizzata per una controversia economica legata a vecchi lavori eseguiti nella sua struttura.
Secondo gli atti, la vicenda sarebbe degenerata quando due fratelli artigiani che avevano realizzato infissi e opere nell’albergo avrebbero reclamato somme di denaro, rivolgendosi però non a un avvocato o a un giudice civile, ma a uomini ritenuti vicini alla malavita foggiana.
Gli arresti e i nomi che emergono nelle intercettazioni
Nelle informative compaiono i nomi di Francesco Abbruzzese, detto “Stuppin”, di Fabrizio Bevilacqua, soprannominato “Zingarotto”, e di Alessandro Moretti, detto “Sassolin”. Abbruzzese e Bevilacqua sono stati arrestati nella recente operazione contro il sistema estorsivo foggiano. Sarebbe stato destinatario della misura cautelare in carcere anche Moretti, nipote del boss Rocco, ma il giovane è stato ucciso a gennaio scorso.
Dalle intercettazioni emerge un quadro che, più che quello di boss silenziosi e inavvicinabili, restituisce l’immagine di soggetti continuamente impegnati a costruire credibilità criminale, alternando toni da “mediatori” a vere e proprie minacce.
Abbruzzese, in particolare, prova più volte a presentarsi come uomo “di rispetto”, spiegando all’imprenditore che la questione avrebbe dovuto essere “chiarita” in incontri faccia a faccia.
“Le estorsioni non le faccio”, dice in un passaggio. Ma subito dopo aggiunge, non rivolgendosi alla vittima ma con allusioni generiche: “Io prendo la gente e gli squaccio il melone”.
“A Foggia gli imprenditori si rivolgono a noi”
Le conversazioni riportate negli atti sono pesantissime. In uno dei dialoghi, Abbruzzese sostiene apertamente che molti imprenditori foggiani si rivolgerebbero a loro per recuperare soldi:
“Si è creata questa cosa a Foggia che tutti gli imprenditori si rivolgono a noi quando hanno problemi di soldi”. E ancora: “Il recupero si fa metà ciascuno”.
Per gli investigatori sarebbe la dimostrazione plastica di un metodo consolidato: usare il peso criminale e la capacità intimidatoria per trasformare normali controversie economiche in occasioni di estorsione.
La richiesta di 30mila euro
Secondo la ricostruzione investigativa, il credito originario vantato dagli artigiani sarebbe stato di gran lunga inferiore rispetto ai 30mila euro poi pretesi.
Gli stessi atti sottolineano come gli imprenditori che avevano eseguito i lavori non avessero avviato azioni legali nei confronti dell’albergatore.
Anzi, durante le sommarie informazioni rese agli investigatori, avrebbero riferito di essersi limitati a parlare della questione con Abbruzzese.
Circostanza che per la procura dimostrerebbe come il gruppo non stesse “perorando la causa” degli artigiani, ma tentando direttamente un’estorsione. L’albergatore ha però chiarito in una lettera a l’Immediato di non aver ricevuto richieste estorsive se non da Claudio Pesante su Instagram in un’altra circostanza subito denunciata.
Il dipendente “fantasma”
Tra gli aspetti più particolari emersi nell’inchiesta c’è anche il rapporto tra Abbruzzese e gli stessi imprenditori che reclamavano il denaro. Le carte riferiscono infatti che “Stoppino” e alcuni parenti avrebbero lavorato nel loro bar in centro città senza alcun contratto.
Secondo gli investigatori, però, si sarebbe trattato di un’assunzione fittizia. Gli atti parlano chiaramente di un rapporto lavorativo solo apparente, ricostruito anche attraverso intercettazioni telefoniche e ambientali.
Un dettaglio che rafforza l’idea di relazioni ambigue tra soggetti formalmente incensurati e ambienti criminali.
L’imprenditore che non si è piegato
Ma nelle informative emerge soprattutto la figura dell’imprenditore finito nel mirino. Più volte, nelle conversazioni riportate negli atti, ribadisce che eventuali contestazioni sui lavori avrebbero dovuto seguire il percorso legale: fatture, avvocati, decreti ingiuntivi.
“Cammino sempre con la testa alta”, dice in uno dei colloqui. Un atteggiamento che chi lo conosce lega anche alla sua formazione sportiva: l’imprenditore pratica kickboxing e nelle carte emerge la percezione che i suoi interlocutori avessero di lui come persona non facile da intimorire. È lo stesso Alessandro Moretti a commentare il possibile esito della diatriba con i due fratelli artigiani: “Io glielo ho detto… ‘vedi che li stroppieia (picchia)’ si è messo a ridere… vedi che quello li stroppieia (picchia) bene!'”.
Il ruolo di “Sassolin”
Nelle informative compare più volte Moretti “Sassolin”, ritenuto dagli investigatori parte attiva nei tentativi di pressione. In un’intercettazione, Abbruzzese parla con lui dell’incontro avuto con l’imprenditore e della necessità di far sedere tutti “a tavola” per discutere della vicenda.
Moretti, però, non è mai arrivato a vedere gli sviluppi dell’inchiesta: il pregiudicato foggiano è stato ucciso in un agguato nel gennaio scorso, episodio che ha riacceso l’attenzione sugli equilibri criminali cittadini.











