Non diagnosticò una grave malformazione del feto durante la gravidanza e ora dovrà risarcire i genitori e la sorella di una bambina nata senza mano, polso e parte dell’avambraccio sinistro. È quanto stabilito dal Tribunale civile con una sentenza della giudice Monica Zema, che ha condannato una dottoressa dell’ospedale di Altamura a versare, in solido con la Asl, 147mila euro per i danni morali causati alla famiglia.
La sentenza e il risarcimento alla famiglia
Come riporta Repubblica Bari, il giudice ha riconosciuto il cosiddetto “danno da impreparazione”, ovvero lo sconvolgimento psicologico subito dai genitori e dalla sorella della bambina, oggi dodicenne, che non erano stati messi nelle condizioni di conoscere la reale situazione prima della nascita.
Parallelamente, però, i genitori — assistiti dagli avvocati Maria Gurrado e Michele Sorgente — sono stati condannati a pagare circa 100mila euro di spese processuali alle parti ritenute non responsabili.
“Non esiste il diritto a non nascere”
La sentenza ribadisce un principio già consolidato nella giurisprudenza italiana: non esiste il diritto “a non nascere”. Secondo la giudice, infatti, la vita, anche se segnata da disabilità, non può essere considerata un danno.
“La vita stessa, anche se affetta da malformazioni, non è un bene giuridicamente deteriore rispetto alla non vita”, si legge nelle motivazioni, escludendo quindi qualsiasi risarcimento legato alla nascita in sé.
La vicenda: esami regolari, poi la scoperta alla nascita
La vicenda risale al 2014, quando durante la gravidanza non erano emerse anomalie. Tutte le ecografie — dalla translucenza nucale di marzo alla morfologica di maggio fino al controllo di agosto — avevano indicato un feto in perfette condizioni.
Solo al momento del parto, nel settembre dello stesso anno, la realtà è apparsa diversa: la bambina era affetta da una malformazione, indicata in cartella clinica come «anagesia», con assenza di mano, polso e parte dell’avambraccio sinistro.
Da qui, nel 2016, l’avvio della causa civile contro tre medici e una psicologa che avevano seguito la gravidanza.
Le responsabilità accertate dal Tribunale
Nel corso del processo sono state analizzate le posizioni di tutti i professionisti coinvolti. La psicologa è stata esclusa da responsabilità perché non aveva compiti di controllo sull’operato medico. Esentato anche il ginecologo del consultorio, non essendo il curante e operando in una struttura priva di strumenti diagnostici adeguati.
Anche la dottoressa che effettuò l’ecografia di agosto è stata assolta, avendo rispettato le linee guida previste per quel tipo di esame.
Diverso il caso della professionista che eseguì l’ecografia morfologica di maggio, nella quale aveva attestato che la nascitura presentava “regolari i segmenti di tutti gli arti”. Una valutazione risultata poi errata.
La consulenza tecnica e l’errore medico
Determinante è stata la consulenza tecnica d’ufficio, che ha definito la malformazione “tecnicamente diagnosticabile”, proprio nella fase della gravidanza in cui fu effettuata l’ecografia incriminata.
Secondo il consulente, la condotta della dottoressa è stata “imperita e negligente”. Anche l’eventuale difficoltà di visualizzazione — legata alla corporatura della paziente — non giustificava l’errore: in caso di dubbio, avrebbe dovuto segnalare un esito incerto e richiedere ulteriori accertamenti, anziché certificare una condizione non veritiera.











