Svolta nelle indagini sull’incendio che, nella notte tra il 7 e l’8 dicembre scorso, aveva devastato il calzaturificio “Emanuela” a Bagnacavallo, nel Ravennate. I carabinieri hanno eseguito tre misure cautelari nei confronti di due uomini e una donna, ritenuti responsabili del rogo.
Tra gli indagati anche un 42enne originario di Manfredonia, residente nelle Marche, finito in carcere insieme a un 54enne campano. Ai domiciliari, invece, una donna di 41 anni residente in provincia di Ravenna, attualmente in gravidanza.
Il rogo e i danni all’azienda
L’incendio aveva colpito in particolare il capannone destinato allo stoccaggio delle materie prime, causando la distruzione totale dei materiali e gravi danni alla struttura.
Il danno economico è stato stimato in circa 500 mila euro, con conseguente blocco dell’attività produttiva.
I rilievi dei carabinieri e dei vigili del fuoco avevano da subito evidenziato la presenza di liquido accelerante, confermando la natura dolosa dell’incendio.
Le indagini e le misure cautelari
Le ordinanze sono state emesse dal gip del Tribunale di Ravenna, su richiesta della Procura coordinata dal pm Angela Scorza.
Le indagini, condotte dai carabinieri del Norm di Lugo con il supporto dei colleghi di Vibonati, hanno permesso di raccogliere gravi indizi a carico dei tre indagati.
Il movente: eredità e rancori
Secondo l’accusa, all’origine del gesto ci sarebbe una vicenda familiare legata a una eredità contesa.
La donna arrestata sarebbe stata la compagna del fratello della titolare dell’azienda, poi deceduto. Alla sua morte, l’uomo aveva lasciato un appartamento ai propri familiari, decisione contestata senza successo.
Da qui sarebbero nati forti contrasti, aggravati da una procedura di sfratto in corso, con udienza imminente.
Un clima di tensione che, secondo gli inquirenti, avrebbe portato a un gesto di vendetta culminato nell’incendio del capannone.
Un caso ancora aperto
L’inchiesta prosegue per chiarire nel dettaglio ruoli e responsabilità dei singoli coinvolti.
Come previsto dalla legge, gli indagati sono da considerarsi innocenti fino a eventuale condanna definitiva.













