Un nuovo approccio alla cura dell’Alzheimer prende forma a Casa Sollievo della Sofferenza, dove è stato attivato un modello integrato che unisce innovazione farmacologica e neuro-riabilitazione.
La struttura, attraverso l’Ambulatorio per i Disturbi Cognitivi e Demenze guidato da Raffaella Latino e afferente all’Unità di Neurologia diretta da Giuseppe d’Orsi, ha avviato la somministrazione di Donanemab, un anticorpo monoclonale di ultima generazione.
Una terapia che agisce sulle cause della malattia
Il farmaco è progettato per intervenire direttamente sulla proteina beta-amiloide, tra le principali responsabili della degenerazione neuronale.
I primi due pazienti trattati hanno mostrato risposte positive già dopo la prima infusione, senza effetti collaterali rilevanti. Il protocollo prevede infusioni mensili con dosaggi progressivi e un monitoraggio costante attraverso controlli clinici e risonanze magnetiche.
Un percorso complesso e personalizzato
La terapia richiede un’attenta selezione dei pazienti e un approccio strutturato. Durante il trattamento, infatti, vengono effettuati controlli continui per valutare l’evoluzione della malattia e garantire la sicurezza del percorso.
L’obiettivo è ridurre la presenza di amiloide cerebrale e rallentare la progressione del deterioramento cognitivo.
Riabilitazione e presa in carico globale
Accanto alla terapia farmacologica, la struttura ha potenziato i servizi dedicati con percorsi di Day-Service e Day-Hospital.
Il programma, della durata di quattro mesi, integra riabilitazione neuro-cognitiva, attività motoria e supporto dietologico, grazie alla collaborazione tra diverse unità specialistiche.
I dati raccolti dopo 18 mesi evidenziano come questa integrazione consenta di “cronicizzare” la malattia, controllando i fattori che contribuiscono alla neuroinfiammazione.
Verso un modello multidisciplinare
Su impulso della Direzione Scientifica è in corso anche una riorganizzazione complessiva della gestione delle demenze.
Il nuovo modello prevede una stretta collaborazione tra neurologi, geriatri, genetisti e psicologi, con l’obiettivo di garantire diagnosi più accurate e rafforzare la ricerca clinica.
Un approccio che punta a migliorare la qualità della vita dei pazienti e a offrire risposte più efficaci a una patologia che in Italia coinvolge circa 1,2 milioni di persone, di cui 70mila in Puglia.












