Le minacce arrivavano in videochiamata, gli ordini venivano impartiti in diretta e persino l’aggressione armata veniva seguita passo dopo passo a distanza. È questo uno degli aspetti più inquietanti emersi dall’indagine della Dda che ha portato al fermo di quattro foggiani, accusati di aver tentato di estorcere a un commerciante un orologio Patek Philippe del valore di circa 160mila euro, con l’obiettivo di incassare tra i 50mila e gli 80mila euro per conto di ambienti della criminalità cerignolana.
Agli arresti sono finiti Daniele Barbaro, 35 anni, ritenuto affiliato al clan Sinesi-Francavilla sin da quando era minorenne e indicato dagli inquirenti come promotore e regista dell’intera operazione, Ciro Spinelli, 40 anni, detto “il marsigliese” e anch’egli vicino allo stesso contesto criminale, Luca Pompilio, 34 anni, ex attaccante del Foggia Calcio, e Giuseppe Bruno, 18 anni.
La presunta rapina simulata
Secondo la ricostruzione accusatoria, i quattro avrebbero “compiuto atti idonei diretti in modo non equivoco” a costringere il commerciante a consegnare l’orologio, agendo con modalità tipiche della criminalità organizzata e facendo leva su minacce, intimidazioni e violenza armata.
Il ruolo centrale è quello attribuito a Barbaro, che avrebbe diretto tutte le fasi dell’azione tramite videochiamate, in particolare attraverso piattaforme social come Instagram. È lui a impartire gli ordini, a gestire i contatti con Cerignola e a coordinare anche i momenti più violenti.
La vicenda nasce da una compravendita di orologi di lusso. Secondo quanto emerge dalle intercettazioni, il commerciante avrebbe organizzato l’acquisto del Patek Philippe, ma durante l’incontro si sarebbe consumata una rapina. Sempre secondo l’accusa, per rendere credibile la dinamica, avrebbe simulato di essere a sua volta vittima, dichiarando il furto di un Rolex da circa 10mila euro.
A quel punto entrano in scena i contatti con la criminalità cerignolana, in particolare con il noto Pasquale Saracino detto “Lino u Nerg”, e un suo parente stretto. Barbaro si attiva come intermediario per recuperare l’orologio, concordando – secondo gli atti – un compenso illecito compreso tra i 50mila e gli 80mila euro.
“Uccidili”
La trattativa, però, si trasforma rapidamente in un’azione estorsiva violenta. Prima le minacce: su mandato di Barbaro, il 18enne Bruno si reca sotto casa del commerciante e intimorisce la moglie, prospettando gravi conseguenze se l’orologio non fosse stato restituito. Poi la convocazione in campagna, nei pressi dell’abitazione di Spinelli.
È qui che si consuma l’agguato. Il commerciante continua a negare di avere l’orologio e Barbaro, collegato in videochiamata, perde la pazienza e impartisce l’ordine: “oh!!! uccidili a tutti e due (il commerciante e suo padre, ndr) a questi infamoni!!!”. Subito dopo si sente un colpo d’arma da fuoco e le urla della vittima. Il commerciante viene colpito alla gamba sinistra.
La scena prosegue sotto il controllo a distanza di Barbaro, che chiede conferma del ferimento e impartisce nuove istruzioni: “togli subito quel coso di là… il bossolo!!!”. È Pompilio, secondo l’accusa, a occuparsi di cancellare le tracce, pulendo il sangue e recuperando il bossolo esploso, mentre Spinelli gestisce la situazione sul posto. “Il cancello sta pieno pieno di sangue!”.
Nonostante la gravità dell’accaduto, Barbaro continua a dirigere le operazioni con lucidità, insistendo sulla necessità di ottenere l’orologio: “diccelo che deve portare l’orologio… mo dobbiamo continuare la tesi… mi deve dare l’orologio”. E ancora, con tono minaccioso: “ti faccio azzoppare di testa a terra”, espressione che, secondo gli inquirenti, equivale a una vera minaccia di morte.
La pressione non si ferma neanche dopo il ferimento. Barbaro parla apertamente di terrorizzare la vittima e la sua famiglia: “lo facciamo vivere nel terrore… il prossimo è il padre”, arrivando a ipotizzare ulteriori azioni violente pur di ottenere il risultato.
I contatti in carcere e le videochiamate con i detenuti
Dalle intercettazioni emerge anche un altro elemento particolarmente rilevante: la naturalezza con cui Barbaro e gli altri indagati intrattenevano contatti in videochiamata con soggetti detenuti, informandoli in tempo reale su quanto stava accadendo. Tra questi compare il nome di Raffaele Palumbo, figura già nota agli inquirenti e legata al clan Sinesi-Francavilla, con cui Barbaro commenta in diretta l’aggressione arrivando a dire: “ho avuto un battibecco… l’ho sparato!!”.
Non si tratta di un episodio isolato. Le conversazioni dimostrano una rete di relazioni costante anche con altri ambienti criminali, come nel caso di Luigi Biscotti, 18 anni, arrestato pochi giorni prima insieme a Biagio Scaringi dopo un inseguimento sul Gargano, trovati in possesso di oltre cinque chili di droga tra hashish e cocaina. Elementi che, secondo gli investigatori, confermano non solo la pervasività dei rapporti tra gruppi criminali, ma anche la facilità con cui venivano utilizzati telefoni e social network persino dall’interno delle celle, contribuendo a rafforzare il controllo e il coordinamento delle attività illecite.
Per gli investigatori, proprio le videochiamate rappresentano uno degli elementi più rilevanti dell’indagine: consentono di ricostruire con precisione ruoli, tempi e modalità dell’azione, mostrando un sistema organizzato che utilizza la tecnologia per coordinare estorsioni e violenze, con un asse stabile tra Foggia e Cerignola e un business illecito costruito attorno al mercato degli orologi di lusso.










