Emergono nuovi dettagli dal maxi fascicolo dell’inchiesta “Mari e Monti” contro il clan dei montanari Li Bergolis-Miucci, che vede attualmente 42 imputati a processo con rito abbreviato davanti al gup di Bari, tra cui Enzo Miucci alias “Renzo” o “U’ Criatur”, con sentenza attesa in primavera, e altri 8 a dibattimento a Foggia, tra cui Leonardo Miucci detto Dino, fratello maggiore di Enzo.
Tra gli atti depositati figura anche l’interrogatorio di garanzia di Giovanni Caterino detto “Giuann Popò”, già condannato all’ergastolo per aver fatto da basista nella strage di San Marco in Lamis del 9 agosto 2017, in cui persero la vita quattro persone.
Le contestazioni: “Soggetto a disposizione per le azioni di fuoco”
Nel verbale davanti al gip Valeria Valenzi, a Caterino viene contestata la partecipazione all’associazione mafiosa denominata clan Li Bergolis, con il ruolo di soggetto “a disposizione” principalmente per le azioni di fuoco, ma non solo.
Gli elementi a suo carico, si legge, deriverebbero da dichiarazioni di collaboratori di giustizia, intercettazioni acquisite in altri procedimenti e dal processo che lo ha già visto condannato all’ergastolo. In particolare, viene evidenziata la sua vicinanza a Enzo Miucci, ritenuto capo dell’associazione, e a Leonardo Miucci.
Nel corso dell’interrogatorio viene richiamato anche il coinvolgimento di Caterino nella cosiddetta faida del Gargano. Dopo essere stato vittima di un attentato nei pressi della propria abitazione, episodio ricondotto al clima successivo alla strage di San Marco, dalle intercettazioni sarebbe emerso un suo risentimento e propositi vendicativi nei confronti di soggetti ritenuti rivali.

I collaboratori e il riferimento all’omicidio Notarangelo
Tra le dichiarazioni valorizzate nell’ordinanza compaiono quelle dei collaboratori di giustizia, “i capelloni” Ciro e Giuseppe Francavilla, appartenenti alla “Società Foggiana”, che avrebbero riferito di essere stati interpellati da Enzo Miucci per organizzare una vendetta.
Vengono inoltre richiamate le dichiarazioni del collaboratore Marco “Pallone” Raduano, che avrebbe collocato Caterino in un episodio risalente alla fase in cui si pianificava l’omicidio (poi avvenuto) di Angelo Notarangelo detto “Cintaridd”. In quell’occasione, secondo quanto riferito, Caterino avrebbe svolto il ruolo di emissario di Enzo Miucci per raccogliere adesioni alla partecipazione all’azione omicidiaria.
Dalle intercettazioni emergerebbero anche rapporti qualificati con i due Miucci. Enzo Miucci verrebbe chiamato da Caterino “maestro”, mentre Leonardo Miucci sarebbe descritto come una figura di riferimento, “un santo, una sorta di guru”, nei cui confronti Caterino avrebbe manifestato grande stima.
Al termine della ricostruzione degli elementi a suo carico, il gip ha chiesto all’indagato se intendesse rispondere o rendere dichiarazioni spontanee. Caterino ha scelto di avvalersi della facoltà di non rispondere.
Processi in corso tra Bari e Foggia
L’inchiesta “Mari e Monti” rappresenta uno dei filoni più rilevanti contro il clan dei montanari, attivo tra il Gargano e il resto della provincia di Foggia, con diramazioni oltre i confini regionali. A Bari è in corso il processo con rito abbreviato per 42 imputati, tra cui Enzo Miucci, mentre a Foggia prosegue il dibattimento per altri 8 imputati, tra cui Leonardo Miucci.
La sentenza per il filone barese, per cui sono già state formulate pesanti richieste di condanna, 8 anni di reclusione invocati per Caterino, 20 per Enzo Miucci, è attesa in primavera e potrebbe segnare un passaggio cruciale nella ricostruzione giudiziaria degli equilibri e delle responsabilità all’interno del clan Li Bergolis-Miucci, protagonista della lunga stagione di sangue che ha segnato il Gargano negli ultimi decenni.












