Un’operazione studiata nei minimi dettagli, un bottino da sei milioni di euro e una strategia paramilitare ormai riconoscibile anche oltre i confini italiani. L’assalto al portavalori dell’istituto di vigilanza “Battistolli”, avvenuto lunedì 9 febbraio sulla statale Brindisi–Lecce, all’altezza dello svincolo per Torchiarolo, avrebbe dovuto essere il colpo grosso. Si è trasformato invece in un fallimento clamoroso, con due arresti e un’inchiesta che punta a smantellare l’intero commando.
Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, i banditi sapevano che nel blindato erano custoditi sei milioni di euro destinati alla Banca d’Italia di Lecce. Un’informazione decisiva, che lascia aperti interrogativi su eventuali soffiate o complicità. Il gruppo è entrato in azione bloccando la carreggiata, incendiando mezzi e seminando il panico tra gli automobilisti. Poi l’esplosione. Ma qualcosa è andato storto.
L’errore decisivo e il sistema di protezione
L’esplosivo sarebbe stato collocato sul lato sbagliato del blindato. Il mezzo ha resistito anche grazie all’attivazione dello spumablock, il sistema che reagisce alle detonazioni saturando il vano con una schiuma in grado di rendere inutilizzabili le banconote. Le guardie giurate sono rimaste all’interno fino a quando il commando non si è allontanato, evitando il peggio. I sei vigilanti sono stati poi accompagnati all’ospedale Perrino di Brindisi per accertamenti: nessuno ha riportato ferite gravi.
Nel frattempo, sulle strade limitrofe si consumava un inseguimento con scontro a fuoco tra malviventi e carabinieri. Un militare è rimasto ferito durante una colluttazione nelle campagne di Squinzano. Due presunti componenti della banda, Giuseppe Iannelli, 39 anni, e Giuseppe Russo, 62 anni, ex militare, entrambi foggiani, sono stati arrestati dopo una fuga concitata. Ora si trovano nel carcere di Lecce con accuse pesantissime: tentato omicidio, rapina pluriaggravata, porto e detenzione di armi da guerra, esplosivi, resistenza e lesioni aggravate a pubblico ufficiale.
Indagini in corso e ipotesi di complicità
Le procure di Lecce e Brindisi coordinano le indagini per individuare gli altri componenti del commando, almeno sei, fuggiti a bordo di due veicoli tra cui un’Alfa Romeo Stelvio. Gli investigatori stanno analizzando filmati, reperti balistici, residui di esplosivo e possibili collegamenti con altri assalti avvenuti negli ultimi anni nella stessa area. Al vaglio anche l’ipotesi di basisti locali e di eventuali talpe interne all’istituto di vigilanza, che negli ultimi due anni ha subito 14 assalti in tutta Italia.
Il presidente dell’istituto, Luigi Battistolli, ha ribadito l’impegno dell’azienda sul fronte della sicurezza, ringraziando le forze dell’ordine per l’intervento tempestivo e assicurando massima collaborazione.
L’ombra delle bande della Capitanata
Ogni volta che un portavalori viene assaltato con modalità militari, l’attenzione investigativa si concentra sul Nord della Puglia. In particolare su Cerignola e sui comuni limitrofi, dove negli anni si è consolidata una tradizione criminale legata agli assalti ai blindati. Decine di inchieste hanno documentato l’esistenza di gruppi specializzati, composti da elementi reclutati di volta in volta, senza un’organizzazione stabile ma con una divisione dei ruoli precisa: esplosivisti, autisti, copertura armata, logistica.
Le tecniche sono ormai note in tutto il mondo: blocco delle arterie con mezzi incendiati, utilizzo di kalashnikov, esplosivi ad alto potenziale, fuga con auto potenti e cambio veicoli. Una “firma” criminale che negli ultimi anni ha attirato l’attenzione della stampa internazionale. Anche l’ultimo assalto sulla Brindisi–Lecce è stato ripreso da testate mondiali, compresa la CNN americana, a conferma della risonanza globale di queste azioni.
Con quello di lunedì, salgono a cinque gli assalti – tentati o compiuti – dallo scorso autunno lungo le principali arterie pugliesi. Un fenomeno che continua a preoccupare e che riporta al centro dell’attenzione la necessità di strategie investigative e preventive sempre più incisive, come invocato dal procuratore della DDA di Bari, Roberto Rossi per contrastare bande che hanno trasformato l’assalto al portavalori in una vera e propria operazione da manuale.













