“Non è una riforma tecnica, è una riforma che incide sull’essenza della Costituzione”. È netto Enrico Infante, procuratore della Repubblica di Foggia, intervenuto questa sera a Manfredonia a un incontro pubblico organizzato da Libera sul referendum relativo alla riforma della giustizia. Un appuntamento molto partecipato, arricchito anche dal videocollegamento con Marco Travaglio, che ha visto al centro il fronte del NO alla cosiddetta riforma Nordio.
Nel corso dell’intervista rilasciata a margine dell’iniziativa, Infante ha espresso una critica dura e articolata al progetto di revisione costituzionale, individuando nel nuovo assetto del Consiglio superiore della magistratura uno dei punti più pericolosi. “Il sorteggio dei componenti del Csm – spiega – spezza il sistema di autogoverno della magistratura. I magistrati non potranno più scegliere i propri rappresentanti e le carriere finiranno per dipendere sempre di più da componenti di diretta espressione politica”.
Secondo il procuratore, il rischio concreto è quello di un sistema in cui il peso decisionale si sposta dai magistrati ai membri laici designati dal Parlamento, con un incremento dell’influenza politica sulle scelte che riguardano incarichi, progressioni di carriera e funzioni direttive. “Questo – sottolinea – non è un problema per i potenti, ma per il cittadino comune, per il soggetto debole che si trova a dover affrontare una banca, un grande gruppo economico o un potere forte”.
Infante liquida come “argomento debole e poco serio” anche la giustificazione della separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, spesso presentata come rimedio a una presunta colleganza dannosa. “Oltre la metà dei processi penali si conclude con un’assoluzione – osserva – segno evidente che non esiste alcun automatismo a favore dell’accusa. E allora perché non separare anche giudici di primo grado e d’appello, o d’appello e Cassazione, che resterebbero comunque colleghi?”.
Il cuore del ragionamento del procuratore resta politico e costituzionale. “La separazione dei poteri è il cardine dello Stato di diritto. Se si altera questo equilibrio, si incide sulla vita quotidiana di tutti: dalla lite condominiale al contenzioso con un istituto di credito”. Da qui l’appello esplicito ai cittadini a non disertare le urne. “Non votare sarebbe un autentico peccato. La vera domanda è semplice: vogliamo un giudice indipendente o un sistema in cui, per ottenere giustizia, serve il padrino giusto?”.
“L’indipendenza della magistratura è una tutela a garanzia dei cittadini – ha aggiunto il pm Roberto Galli -. Spaccare la magistratura significherebbe privare i cittadini di una tutela indispensabile”.
Poi sull’importanza di recarsi alle urne: “Bisogna votare perché ogni voto conta e perché non c’è un quorum. L’importanza del quesito referendario sta nel fatto che assistiamo a una polarizzazione tra il potere e i cittadini dunque questi ultimi devono impegnarsi ed essere protagonisti dicendo la propria”.
Infine ha precisato: “Pm e giudici sono colleghi perché appartengono allo stesso ordine giudiziario e il pm deve rimanere all’interno di questo ordine altrimenti il rischio è che venga sottomesso al potere esecutivo o rappresenti un potere acefalo che rischia di non rispondere a nessuno. Insomma, c’è un rischio grave e lo dico proprio da pubblico ministero”.
L’intervento di Travaglio
“La separazione delle carriere non cambierà nulla nella vita quotidiana dei tribunali, ma cambierà tutto nella testa dei pubblici ministeri”. È uno dei passaggi centrali dell’intervento di Marco Travaglio, direttore de Il Fatto Quotidiano.
Secondo Travaglio, l’idea che la separazione delle carriere renda il processo più equo è una narrazione fuorviante. Giudici e pubblici ministeri continueranno formalmente a svolgere i loro ruoli, ma il vero cambiamento sarebbe culturale e strutturale: “Si vuole formare un pm che non nasce più come magistrato orientato alla verità, ma come avvocato dell’accusa”. Un modello che, a suo avviso, guarda al sistema anglosassone, dove il processo è una competizione tra parti e non uno strumento di accertamento della verità dei fatti.
Travaglio ha chiarito che nei Paesi anglosassoni non esiste il pubblico ministero così come lo conosciamo in Europa. In Inghilterra e negli Stati Uniti il prosecutor è un avvocato che rappresenta le ragioni della polizia o del governo ed è direttamente o indirettamente sottoposto al potere esecutivo. “Altro che indipendenza – ha osservato – lì l’accusa risponde al governo”. Un assetto incompatibile, secondo il giornalista, con il sistema italiano ed europeo, dove il processo penale è costruito attorno a due figure che concorrono alla ricerca della verità: il pubblico ministero nella fase delle indagini e il giudice nel dibattimento.
Da qui la critica più ampia alla riforma Nordio, che rischierebbe di trasformare il pm in un soggetto sempre più vicino all’esecutivo, anche per il ruolo che assumerebbero i nuovi Consigli superiori. “In Italia le forze di polizia rispondono già ai ministeri – ha ricordato –, Polizia all’Interno, Carabinieri alla Difesa, Guardia di finanza all’Economia. Se anche il pm perde la sua autonomia culturale e istituzionale, l’equilibrio salta”.
Travaglio non si è limitato a difendere l’attuale assetto, ma ha rilanciato una proposta opposta a quella del governo: rendere obbligatorio almeno un passaggio di funzione tra giudice e pm nel corso della carriera. “I migliori pubblici ministeri sono stati anche giudici, e i migliori giudici hanno fatto i pm”, ha detto citando figure simbolo come Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Rosario Livatino, Nicola Gratteri, Giancarlo Caselli e altri magistrati che hanno incarnato questa doppia esperienza. Un’impostazione, ha ricordato, raccomandata anche dal Consiglio d’Europa perché favorisce equilibrio, consapevolezza e rispetto dei ruoli.
Nel suo intervento, il giornalista ha sottolineato anche la differenza etica tra magistrati e avvocati. Il difensore, per mandato professionale, può spingersi fino a sostenere tesi favorevoli al proprio assistito; un magistrato, invece, è tenuto per legge a cercare anche le prove a discarico. “Se un pm nasconde una prova favorevole all’imputato, commette un reato”, ha ricordato, citando casi giudiziari recenti che dimostrano come l’ordinamento già preveda sanzioni severe per chi viola questi principi.
Il messaggio finale è stato chiaro: la riforma non rende la giustizia più giusta, ma più debole e più esposta alle pressioni del potere. “Spogliata dai tecnicismi – ha concluso Travaglio – la questione è semplice: vogliamo un processo che cerca la verità o un’arena dove vince chi ha più forza?”. Un interrogativo che ha attraversato l’intera serata e che, in vista del referendum, chiama direttamente in causa la scelta dei cittadini.








