Si chiude con un’assoluzione piena la lunga vicenda giudiziaria che ha coinvolto un sottufficiale della Guardia di finanza di origine foggiana, all’epoca dei fatti in servizio in Campania. La Suprema Corte di Cassazione ha infatti annullato la condanna emessa nei suoi confronti, stabilendo che “il fatto non sussiste” e ribadendo un principio cardine del processo penale legato alle garanzie difensive.
Il militare era stato accusato di truffa, simulata infermità e diserzione, contestazioni che avevano portato a una condanna in primo e secondo grado davanti ai giudici penali militari: un anno e dieci mesi di reclusione e la conseguente rimozione dal grado, con effetti pesantissimi anche sul piano professionale.
La conversazione telefonica e l’apertura dell’inchiesta
L’indagine era partita da una conversazione telefonica intercettata con un altro soggetto indagato per reati diversi, durante la quale il militare avrebbe affermato che “si sarebbe messo in malattia” grazie a un certificato medico rilasciato dal suo medico curante senza visita.
Da qui la Procura militare presso il Tribunale di Napoli aveva avviato un procedimento anche nei confronti del sottufficiale, mentre la Procura ordinaria campana apriva un fascicolo parallelo per falso in certificazione a carico del medico.
Nel corso delle indagini, il medico era stato ascoltato come semplice persona informata sui fatti e avrebbe confermato di non aver visitato il militare. Proprio su queste dichiarazioni si era fondata la condanna del finanziere.
Il ricorso e il principio ribadito dalla Cassazione
Il sottufficiale, assistito dall’avvocato Antonio La Scala, ha presentato ricorso sostenendo che il medico avrebbe dovuto essere ascoltato sin dall’inizio con le garanzie previste dall’articolo 63 comma 2 del codice di procedura penale, cioè in presenza di un difensore, poiché già gravato da indizi di reato.
La Cassazione ha accolto il ricorso, sottolineando che la qualità di indagato deve essere valutata in termini sostanziali e non solo formali, anche in assenza di una già avvenuta iscrizione nel registro delle notizie di reato.
Secondo la Suprema Corte, l’audizione del medico, disposta sul presupposto di una contestazione di falsità dei certificati medici, presupponeva di per sé la sua qualificazione come sostanzialmente indagato.
Di conseguenza, le dichiarazioni rese senza le necessarie garanzie difensive non potevano essere utilizzate per fondare una condanna.
Assoluzione e fine di una vicenda durata anni
Alla luce della pronuncia, è stata emessa sentenza definitiva di assoluzione perché il fatto non sussiste. Una conclusione che arriva dopo anni e che, secondo la difesa, avrebbe dovuto essere raggiunta già in primo grado, evitando al militare gravi danni in termini di carriera, conseguenze economiche e ripercussioni familiari.









