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Home - Il Contratto d’area di Manfredonia, tra macerie e ultima chiamata

Il Contratto d’area di Manfredonia, tra macerie e ultima chiamata

Dal summit di Coppa del vento segnali di risveglio per un progetto nato nel 1998 e naufragato tra errori strutturali e assenza di visione. Ora si tenta il recupero di ciò che resta

Di Michele Apollonio
18 Gennaio 2026
in Economia, Manfredonia
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Per Manfredonia il Contratto d’area è stato, insieme, promessa di riscatto e simbolo di un fallimento mai davvero metabolizzato. Nato alla fine degli anni Novanta come uno dei grandi strumenti di intervento statale nelle aree di crisi, avrebbe dovuto trasformare la città e il comprensorio in un polo industriale capace di assorbire l’eredità pesante lasciata dalla chiusura del polo chimico. A distanza di oltre vent’anni, resta un territorio segnato da capannoni vuoti, infrastrutture incompiute e occasioni mancate. Eppure, qualcosa sembra muoversi.

Un progetto ambizioso nato nella stagione delle grandi promesse

Il Contratto d’area di Manfredonia venne sottoscritto nel 1998, all’interno della strategia nazionale avviata dai governi Ciampi e Prodi per sostenere le aree depresse. Coinvolgeva Manfredonia, Monte Sant’Angelo e Mattinata, territori dichiarati in crisi dopo il tramonto dell’industria chimica. Le aspettative erano enormi: decine di insediamenti produttivi, migliaia di posti di lavoro, investimenti per milioni di euro concentrati tra l’area ex Enichem di Macchia e quella di Coppa del vento.

Per qualche tempo sembrò davvero l’alba di un nuovo ciclo economico. I capannoni sorsero rapidamente, gli insediamenti arrivarono a sfiorare quota ottanta, accompagnati da una narrazione politica trionfalistica. Ma quella crescita, costruita in larga parte sull’incentivo pubblico, non poggiava su una vera strategia industriale di lungo periodo.

Il crollo e l’abbandono delle aree industriali

Nel giro di pochi anni le crepe divennero fratture. Molte aziende, una volta incassati i benefici del Contratto d’area, tornarono nei territori di origine lasciando alle spalle strutture vuote e occupazione evaporata. Dal 2010 in poi Coppa del vento e le aree DI46 e PIP si sono trasformate in luoghi fantasma, privi di servizi adeguati, segnati da carenze storiche di viabilità, acqua, manutenzione e sicurezza.

Non migliore la situazione dell’area ex Enichem di Macchia, formalmente ricadente nel territorio di Monte Sant’Angelo ma funzionalmente legata a Manfredonia. Una divisione amministrativa che ha contribuito a frammentare le responsabilità e a indebolire qualsiasi tentativo di rilancio unitario di un comprensorio che, per natura, rappresenta un sistema unico.

Errori strutturali e assenza di visione

Il declino del Contratto d’area non è stato solo il frutto della congiuntura economica. A mancare, fin dall’inizio, è stata una visione industriale chiara e condivisa. Gli incentivi pubblici hanno sostituito la strategia, anziché sostenerla. Non c’è mai stata una cabina di regia capace di governare il processo, di selezionare investimenti coerenti, di accompagnare le imprese oltre la fase di avvio.

Negli anni successivi, la situazione è ulteriormente peggiorata, appesantita da una gestione amministrativa inefficace e da un progressivo disinteresse politico. L’area industriale è scivolata ai margini dell’agenda pubblica, generando conseguenze economiche e sociali profonde per la città.

Il summit di Coppa del vento e i primi segnali di discontinuità

Nei giorni scorsi, però, un summit allargato tenutosi proprio in un capannone di Coppa del vento ha riacceso il dibattito. Imprenditori, tecnici, rappresentanti dell’amministrazione comunale e di Confindustria Foggia hanno avviato una ricognizione analitica dello stato dei luoghi, senza nascondere la gravità delle criticità, ma con un approccio dichiaratamente operativo.

Tra gli elementi emersi, l’annuncio degli assessori Matteo Gentile e Francesco Schiavone sull’avvio della rendicontazione del primo e del secondo protocollo aggiuntivo del Contratto d’area. Un passaggio tecnico decisivo per sbloccare le risorse residue e destinarle finalmente al completamento delle opere di urbanizzazione.

Un tavolo tecnico permanente per uscire dall’immobilismo

Di rilievo anche la proposta, avanzata dall’assessore Gentile, di istituire presso il Comune un tavolo tecnico permanente dedicato all’area industriale. Uno strumento pensato per affrontare in modo continuativo e coordinato le problematiche ancora aperte, superando la logica degli interventi sporadici. La proposta ha raccolto un ampio consenso, incluso quello di Confindustria Foggia e Puglia, presente con il presidente Potito Salatto e il direttore Enrico Barbone.

Parallelamente, l’interesse manifestato da nuovi imprenditori, come nel caso del progetto di riconversione dell’ex Nico Hotel in centro turistico-sanitario, lascia intravedere la possibilità di un parziale riavvio dell’area.

L’ultima occasione per Manfredonia

Ora la sfida è tutta nella concretezza. Le basi per un percorso di recupero esistono, ma serviranno coerenza, continuità e una forte assunzione di responsabilità collettiva. Per Manfredonia questa potrebbe essere davvero l’ultima occasione per dare sostanza a un rilancio industriale rimasto per troppo tempo sulla carta.

Il tempo delle promesse è finito. Se il Contratto d’area può ancora avere un senso, sarà solo come progetto radicalmente ripensato, fondato su strategia, servizi e integrazione territoriale. Altrimenti, resterà l’ennesima storia di sviluppo mancato, consegnata alla memoria di una città che non può più permettersi di restare immobile.

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Tags: area industrialeConfindustria FoggiaContratto d’AreaCoppa del ventocrisi industrialeManfredoniapolitica localeSviluppo economico
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