Un silenzio assordante, la neve che cade fitta e un dolore che si percepisce prima ancora di essere raccontato. È da Crans-Montana, teatro della tragedia avvenuta la notte di Capodanno, 40 ragazzi morti nel rogo del locale “Le Constellation”, che arriva la testimonianza intensa di Jole Figurella, presidente dell’associazione Il Cuore Foggia, clown-dottoressa e soccorritrice di elisoccorso, impegnata per tre giorni come supporto psicologico e sanitario insieme al gruppo Psicologi per il Popolo, in collaborazione con la Protezione Civile.
Il paese sospeso e il dolore invisibile
Crans-Montana è conosciuta come località turistica d’élite, tra piste da sci, hotel eleganti e negozi curati. Ma, racconta Figurella, ciò che colpisce davvero all’arrivo è altro: un’atmosfera immobile, carica di rispetto e sofferenza. Il luogo della tragedia si trova nel pieno centro del paese, accanto a abitazioni, supermercati e strutture ricettive. Oggi tutto è sigillato, sotto sequestro. Davanti all’area è stata allestita una cupola della memoria, colma di lumini, fiori e messaggi che “tolgono il respiro”.
La memoria e il messaggio da Foggia
Tra quei biglietti, Figurella ha voluto lasciare anche un messaggio a nome dell’associazione e della città di Foggia. Un gesto semplice ma sentito, per testimoniare una vicinanza che supera i confini geografici. Intorno, un continuo via vai di persone: chi in silenzio, chi con un fiore, chi accendendo una candela. Un dolore condiviso, raccontato anche dalle troupe televisive presenti sul posto, tra neve e parole difficili da trovare.
Il supporto psicologico e gli abbracci che restano
Nei giorni successivi alla tragedia è stato attivato il Centro Psicologico di Crisi presso il Palazzo dei Congressi di Crans-Montana, dove professionisti svizzeri e italiani hanno lavorato a stretto contatto con famiglie e testimoni. Un presidio che resta attivo nel tempo e che si collega alle reti di supporto anche oltre i confini nazionali, per accompagnare chi rientra nei propri Paesi.
Tra i momenti più toccanti, l’incontro con una donna che, tra lacrime e parole incerte, ha raccontato di essere la zia di un ragazzo che quella sera avrebbe dovuto essere lì, ma che all’ultimo momento era rimasto a casa. “Un abbraccio che non dimenticherò mai”, scrive Figurella.
“Non sempre servono parole”
Dalle reazioni più diverse – immobilità, bisogno di uno sguardo, richiesta di semplice presenza – emerge il senso più profondo dell’esperienza. “Ho capito davvero cosa significa esserci – racconta – non sempre servono parole. A volte basta la presenza, un silenzio condiviso, un respiro, un abbraccio”.
Il ritorno e ciò che resta
Figurella rientra stanca, profondamente segnata, ma grata. Grata per chi l’ha accompagnata, per chi le ha affidato un frammento della propria fragilità. Con una certezza ancora più forte: esserci, nei momenti più bui, è già una potentissima forma di cura. Un’esperienza che non si chiude con il ritorno a casa, ma che continua, silenziosamente, dentro.










