Chiesto l’ergastolo con isolamento diurno per 15 mesi (con l’aggravante della mafiosità, l’efferatezza e i motivi abietti) per Angelo Bonsanto, 36enne originario di San Severo e 20 anni di reclusione per il viestano Gianluigi Troiano, collaboratore di giustizia e reo confesso. I due sono imputati davanti alla Corte d’Assise di Foggia con l’accusa di aver preso parte all’omicidio di Omar Trotta, ucciso nella sua bruschetteria di Vieste il 27 luglio 2017 nell’ambito della guerra tra il clan Raduano e il clan Iannoli-Perna. Bonsanto è sospettato dalla DDA di Bari di essere stato uno degli esecutori materiali, Troiano avrebbe fatto da basista.
L’agguato, avvenuto davanti a compagna e figlia della vittima, la bimba era nel passeggino, venne ordinato dal boss Marco Raduano alias “Pallone”, ex boss della città, oggi pentito di mafia, già condannato a 20 anni per questa e altre vicende.
All’epoca il capoclan aveva sete di vendetta, smanioso di rispondere ai rivali dopo l’uccisione del cognato Gianpiero Vescera. Per questo finì nel mirino anche Trotta, freddato in pieno giorno nel cuore dell’estate garganica. I killer, almeno uno ancora ignoto, agirono intorno all’ora di pranzo, in pieno centro e noncuranti del via vai di turisti. Durante l’azione omicidiaria rimase ferito il pregiudicato Tommaso Tomaiuolo, braccio destro del boss Enzo Miucci, leader del clan dei montanari Li Bergolis-Miucci, alleato al gruppo Iannoli-Perna.
Nel corso del processo, Raduano, collegato da una località protetta, ha ricostruito quei giorni così come ha fatto un altro collaboratore di giustizia, il mattinatese Antonio Quitadamo detto “Baffino”, un tempo vicino al boss di Vieste per conto del clan Lombardi-Scirpoli-La Torre. Anche Quitadamo è già stato giudicato per questo reato e condannato a 12 anni e 4 mesi con l’accusa di aver consegnato l’arma a Bonsanto.
Ora la parola passerà alle difese per le arringhe conclusive, poi ci sarà la sentenza. Il legale di Bonsanto, l’avvocato Luigi Marinelli ha sempre insistito sull’innocenza del proprio assistito evidenziando le contraddizioni nel racconto dei pentiti e depositando documenti sanitari su una presunta visita in ospedale del suo cliente proprio nel giorno del delitto. Il medico, sentito in qualità di teste, ha però smentito questa circostanza. Dichiarazioni autoaccusatorie, invece, e forte pentimento per quanto fatto da parte di Troiano che scrisse anche una lettera di scuse a moglie e figlia di Trotta.











