“C’era timore nei confronti di Fatone. Un collega non si sentiva libero di lavorare. Spesso sentivo Fatone gridare nell’ufficio di questo mio collega. Lo minacciava. Vari dipendenti hanno sentito le minacce”. Così Lorenzo Caracciolo, dipendente di Ase Spa, azienda servizi ecologici di Manfredonia, nel processo “Giù le mani” in corso da mesi nel tribunale di Foggia. Sotto accusa nove imputati tra i quali Michele Fatone e suo figlio Raffaele detti “Racastill”, ex dipendenti dell’azienda.
“Il vero nome dell’ASE Spa è AFE Spa, Azienda Fatone Ecologica – disse Caracciolo agli investigatori -, questo per rappresentarvi il potere di Michele Fatone, in definitiva l’azienda era la sua”. Ieri il dipendente è comparso come teste per avvalorare davanti al giudice quanto già raccontato sul clima di tensione all’interno dell’azienda.
Ha poi confermato un’altra frase pronunciata nel corso di una precedente testimonianza: “Un altro collega, nonostante avesse problemi di salute, era la vittima sacrificale di Fatone. Subiva aggressioni e soprusi, cose risapute a tutti nell’ambiente Ase. Ci sentivamo agnelli sotto a un lupo“.
Caracciolo parlò anche dei parenti di Fatone, “molti dei quali conosciuti per i precedenti di polizia e perché soggetti violenti”. Circostanze confermate ieri in udienza.
Il pm ha insistito particolarmente sui presunti atteggiamenti violenti di Fatone senior. L’udienza si è concentrata su specifici episodi e interazioni, dai “faccia a faccia” alle urla fino alle minacce verbali. È stata letta una dichiarazione che descrisse un episodio in cui, dopo aver appreso dell’aggressione al dipendente Domenico Manzella, sentito poche settimane fa in aula, “Racastill” avrebbe minacciato un testimone dicendogli “adesso stai facendo anche l’investigatore” e “finiscila o ti sistemo”.
Dall’udienza di ieri è emerso un controllo pervasivo nell’ambiente di lavoro e un forte clima di tensione in Ase quando Fatone era a capo della vigilanza.
I nomi degli imputati, le accuse principali e gli episodi contestati
Il processo “Giù le mani” nasce da cinque filoni investigativi che racchiudono 14 capi d’imputazione. Al centro dell’inchiesta ci sono episodi che vanno dal 2019 al 2021. Secondo la procura, l’ex sindaco Gianni Rotice, insieme al fratello Michele detto “Lino”, avrebbe chiesto a Michele Romito di sostenere al ballottaggio del 2021 la propria elezione a primo cittadino in cambio dell’interessamento per evitare lo smontaggio di una parte del ristorante “Guarda che Luna”.
Romito risponde di tentata concussione, insieme all’ex assessore Angelo Salvemini, per presunte pressioni su dirigenti comunali finalizzate proprio a bloccare lo smantellamento della struttura.
Altra vicenda riguarda Grazia Romito, sorella di Michele, imputata di falso per aver ottenuto, tramite un prestanome, la gestione di un’agenzia funebre nonostante un’interdittiva antimafia a suo carico. Il prestanome sarebbe Luigi Rotolo, anche lui imputato. Salvemini risponde anche di corruzione per un presunto scambio di favori con l’ex segretaria comunale Giuliana Galantino (imputata ma anche parte offesa), che avrebbe ricevuto supporto nella redazione di una nota utile a difendersi da accuse di mobbing, in cambio di una decisione favorevole all’interesse di una società legata ai Romito.
Le imputazioni più numerose sono a carico dell’ex dipendente dell’azienda dei rifiuti “Ase”, municipalizzata del Comune, Michele “Racastill” Fatone, accusato di concussione, peculato, lesioni, stalking e violenza privata nei confronti di colleghi e superiori. Con lui a processo il figlio Raffaele, anch’egli dipendente (poi licenziato) dell’azienda di raccolta rifiuti, accusato di lesioni e violenza in concorso con il padre.










