La tragedia di Calimera in Salento – l’ennesima consumata tra le mura di un silenzio domestico – porta con sé un accumulo di segnali rimasti sospesi. Secondo quanto ricostruito, i genitori del piccolo Elia Perrone, 8 anni, si erano denunciati più volte negli ultimi mesi. Un rapporto lacerato, fatto di accuse reciproche e di tensioni continue legate all’affidamento congiunto del bambino, scandito da violazioni, recriminazioni e interventi dei servizi sociali.
Lunedì 17 novembre Elia era stato regolarmente ritirato da scuola dalla madre, Najoua Minniti, 35 anni. Da quel momento, nessuna traccia. Ieri mattina il padre, un infermiere di Casarano, è tornato a prenderlo all’uscita delle lezioni, secondo la programmazione stabilita dal giudice dopo la separazione. Ma il bambino a scuola non era mai arrivato. È stato il primo segnale concreto che qualcosa non andava. L’uomo ha cercato di contattare l’ex compagna, poi si è presentato dai carabinieri: alle 18 ha formalizzato la denuncia di irreperibilità della donna e del figlio.
Poche ore più tardi, il corpo della 35enne è stato individuato in mare. È stata identificata attraverso i tatuaggi. Di Elia, invece, nessuna traccia in acqua. Le ricerche dei sommozzatori della Capitaneria e dei vigili del fuoco si sono spostate allora verso l’appartamento dove viveva la donna. I carabinieri sono entrati utilizzando le chiavi dell’affittuario. Elia era lì: sul letto, in pigiama. Ucciso con ogni probabilità per soffocamento o strangolamento. L’autopsia chiarirà nelle prossime ore la dinamica.
Quella che emerge è la storia di un equilibrio fragile, segnato da avvertimenti che non hanno prodotto interventi risolutivi. Un anno fa, il 16 dicembre 2024, il padre – preoccupato dai comportamenti dell’ex compagna – aveva inviato un esposto al Comune. Nell’atto riportava frasi che oggi assumono un peso drammatico: “Saluta bene Elia perché lo porto con me”, “ritieniti responsabile di qualsiasi cosa capiti a me e a Elia”, fino al riferimento a precedenti gesti autolesivi: “È già capitato che io sia andata di fronte al mare con la macchina”.
La donna non aveva diagnosi psichiatriche conclamate, secondo gli inquirenti, ma era seguita dai servizi sociali. Una condizione definita come “turbamento”, un malessere forse sottovalutato, che ora diventa la chiave di lettura di un epilogo che lascia senza respiro un’intera comunità.
Calimera resta attonita davanti a una morte annunciata solo a metà, fatta di parole che diventano indizi solo quando è troppo tardi. E davanti alla domanda più difficile: cosa si sarebbe potuto fare per evitare che un bambino di otto anni diventasse il bersaglio finale di una spirale familiare irrisolta?












