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Home - “Baccus”: processo alla “vecchia guardia” della mafia foggiana. Condannati Lanza e Antoniello, assolto “Recchia long”

“Baccus”: processo alla “vecchia guardia” della mafia foggiana. Condannati Lanza e Antoniello, assolto “Recchia long”

Cinque anni e mezzo a Cesare Antoniello per usura e tentata estorsione aggravata; due anni e otto mesi a Vito Bruno Lanza. Assoluzioni e prescrizioni per altri imputati. La corte d’appello di Bari chiude il processo-bis sul caso che svelò il legame tra mafia e affari nel settore vinicolo

Di Francesco Pesante
17 Ottobre 2025
in Cronaca, Foggia
Sopra, Lanza e Antoniello; sotto, Carella, Cocozza, L.Lanza, Pafundi, Di Mattia e Carniola

Sopra, Lanza e Antoniello; sotto, Carella, Cocozza, L.Lanza, Pafundi, Di Mattia e Carniola

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Due condanne e diverse assoluzioni nella sentenza emessa ieri pomeriggio dalla terza sezione della Corte d’Appello di Bari nel processo-bis “Baccus”, che ha coinvolto otto imputati foggiani accusati, a vario titolo, di usura, tentata estorsione, associazione per delinquere e frode ai danni dell’Erario e dell’Unione Europea. I fatti risalgono al periodo compreso tra il 2008 e il 2012.

Le condanne ai vertici mafiosi

Il collegio giudicante ha condannato Cesare Antoniello, detto “Cesarone”, a 5 anni e 6 mesi di reclusione per usura e tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso nei confronti di un imprenditore del settore vitivinicolo. La procura generale, rappresentata da Pasquale De Luca, aveva chiesto sette anni di pena.

Condannato anche Vito Bruno Lanza, detto “U’ lepr’”, considerato esponente storico del clan Moretti-Pellegrino-Lanza, a 2 anni e 8 mesi di carcere per usura ai danni dello stesso imprenditore. Per lui il pg aveva chiesto tre anni e sei mesi. Entrambi sono detenuti per altre vicende giudiziarie.

Le assoluzioni e le prescrizioni

Assolti Luigia Lanza, figlia di Vito Bruno, e Pasquale Di Mattia dall’accusa di concorso in usura, così come richiesto dal pg.
Assolto anche Michele Carella, 83 anni, detto “Recchia long”, il più anziano tra i mafiosi della “Società foggiana”, dalle accuse di usura a un secondo imprenditore e dall’associazione per delinquere.

Alessandro Carniola e Walter Cocozza sono stati assolti dal reato associativo ma condannati a un anno di reclusione ciascuno per emissione di false fatture. Infine Teodosio Pafundi è stato assolto dall’associazione per delinquere, mentre il reato di false fatturazioni è risultato prescritto.

Una lunga vicenda processuale

Il procedimento “Baccus”, nato da un’inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Bari, portò all’arresto di 24 persone l’11 giugno 2012, divise in due filoni: prestiti usurari a due imprenditori e frode milionaria nel commercio fittizio di mosto tra Foggia e la Romagna.

Il processo originario, che contava 28 imputati e 33 capi d’accusa, si è poi frazionato in più tronconi. Dopo la sentenza di primo grado del Tribunale di Foggia del 16 luglio 2015, con condanne complessive a 30 anni e 9 mesi, la Corte d’Appello di Bari nel 2019 aveva assolto tutti gli otto imputati. Ma la Cassazione, il 22 aprile 2021, annullò quel verdetto, disponendo un nuovo giudizio d’appello, iniziato nel maggio 2023 e concluso ora con la nuova decisione.

Usura e minacce

Secondo l’accusa, Antoniello avrebbe prestato a Francesco Battiante prima 25mila euro con interessi mensili di 2.500 euro – pari a un tasso annuo del 120% – e successivamente altre tre tranche da 60mila euro complessivi, con interessi del 10% mensile. Per ottenere la restituzione, avrebbe minacciato la vittima dicendo: “Se non paghi, ti sfascio le corna”.

Vito Bruno Lanza, invece, avrebbe concesso tra il 2008 e il 2009 due prestiti, da 20mila e 10mila euro, con interessi mensili rispettivamente di 2.300 e 1.200 euro.

Il secondo filone: la maxi-frode del mosto

Il secondo capitolo del processo riguarda Carella, Pafundi, Cocozza e Carniola, accusati di una frode multimilionaria ai danni del Fisco e dell’Unione Europea attraverso false fatturazioni per simulare la vendita di mosto da cantine foggiane a una ditta di Ravenna.

Secondo la Dda, l’indagine “fotografa il salto di qualità della Società foggiana nel mondo degli affari”, con la criminalità organizzata che avrebbe riciclato denaro proveniente da estorsioni e traffici di droga, infiltrandosi nel settore vinicolo come “attore economico vero e proprio”.

Il meccanismo era semplice: finte società foggiane emettevano fatture per la vendita di mosto mai consegnato; i pagamenti avvenivano tramite bonifici e denaro trasportato in auto fino a Ravenna. Il sistema avrebbe consentito di evasione Iva e mancata dichiarazione dei redditi per oltre 11 milioni di euro, sgravi fiscali per 19 milioni e contributi comunitari indebiti per altri 11 milioni.

Con la sentenza odierna, il bilancio complessivo del caso “Baccus” conta 16 condanne, 4 assoluzioni, 5 prescrizioni, 1 patteggiamento e 2 non luogo a procedere per morte degli imputati.

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Tags: Cesare AntonielloDda BariestorsioneGiustiziamafiaprocesso Baccussocieta foggianausuraVito Bruno Lanza
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