La scoperta di numerosi telefoni cellulari e di un ingente quantitativo di hashish nel carcere di Foggia riaccende i riflettori sulla sicurezza penitenziaria in Puglia. A lanciare l’allarme è Aldo Di Giacomo, segretario generale F.S.A. C.N.P.P.-S.PP., che parla di sequestri praticamente quotidiani nei dieci istituti della regione, tra i più colpiti in Italia da sovraffollamento e carenza di personale. Secondo il sindacato, l’occupazione media sfiora il 150% e servirebbero almeno 500 unità in più per riportare i reparti a un livello di operatività accettabile.
Tecnologia dei clan, strumenti inadeguati negli istituti
Per Di Giacomo, l’introduzione di telefoni e stupefacenti è favorita da tecnologie sempre più sofisticate: droni difficili da intercettare e mini-telefonini dalle dimensioni ridotte. Un’evoluzione che mette in crisi le difese degli istituti, spesso privi di adeguati sistemi anti-intrusione e di monitoraggio. A fare argine, sottolinea il sindacato, resta soprattutto il lavoro della polizia penitenziaria, impegnata in perquisizioni e controlli mirati che permettono di individuare e sequestrare i dispositivi.
Comandi dall’interno: “I boss non chiamano le mogli”
Il sindacato richiama indagini e atti di magistratura antimafia: dalle celle partono ordini verso l’esterno, dalla gestione delle estorsioni all’operatività dei gruppi criminali sul territorio. I dispositivi illecitamente introdotti consentirebbero un filo diretto con i complici a piede libero, mantenendo attive reti di traffico e affari illegali anche durante la detenzione.
Stupefacenti e detenuti fragili: “Un mercato da milioni l’anno”
La droga in carcere, afferma Di Giacomo, risponde a una domanda strutturale: oltre il 30% dei detenuti è tossicodipendente. Un bacino che alimenterebbe un giro d’affari da “alcuni milioni di euro l’anno” nei soli istituti pugliesi. I recenti decessi avvenuti a San Vittore e i casi di malori gravi in altri istituti riaccendono il tema dell’abuso di sostanze dietro le sbarre e della necessità di percorsi alternativi concreti per i detenuti con dipendenze.
Il j’accuse alla politica: “Annunci senza risposte, servono organici e misure alternative”
Nel mirino del sindacato finisce il ritardo dell’amministrazione penitenziaria e della politica nazionale sul rafforzamento degli organici e sull’attuazione effettiva di misure alternative per i tossicodipendenti. Gli annunci del ministro Carlo Nordio, denuncia Di Giacomo, non si sarebbero ancora tradotti in una rete di strutture in grado di accogliere e trattare i casi più fragili, mentre il personale nei penitenziari continua a operare in condizioni d’emergenza tra sovraffollamento, carichi di lavoro e carenze strumentali.












