Nell’atrio che collega la cattedrale di Bitonto al palazzo vescovile è stata collocata una Crocifissione che non lascia indifferenti. L’opera porta la firma dell’artista Franco Vacca ed è realizzata con i legni degli scafi dei migranti distrutti nel “vasto mare”. Un Cristo che non nasce dalla perfezione della materia, ma dall’imperfezione delle ferite, dalle schegge e dalle incrinature di chi è stato inghiottito dalle onde.

“È un Cristo che non consola, ma che impone la sua forza”, ha scritto PrimoPiano commentando l’opera, sottolineando come quei legni assemblati siano capaci di trasformarsi in preghiera, memoria e testimonianza. Non un manichino, ma un sentimento che brucia dentro, un richiamo che impone di riflettere di fronte all’orrore dei corpi scomparsi in mare.
Il colpo allo stomaco è immediato. Guardando questa Croce si percepisce quasi l’odore acre della salsedine, l’acqua che invade i polmoni, la fatica estrema di chi ha cercato una speranza ed è stato invece travolto. Una Crocifissione che diventa metafora di tutte le umanità negate, dai migranti annegati alle popolazioni straziate dalla guerra, come gli abitanti di Gaza che su questa Croce sembrano gridare al mondo intero il loro dolore.
È un Golgota del nostro tempo: crudo, senza sentimentalismi, ma capace di offrire ancora bellezza e stupore. L’arte di Vacca strappa alla morte e ai legni la finitudine per consegnare a chi osserva un messaggio di speranza e di carità.
“Questa Crocifissione – scrive ancora Famiglia Cristiana – ci impone di guardare in faccia la verità, per quanto spietata, e ci ricorda che la realtà non è fatta soltanto di sciagure e disastri, ma anche di gesti di carità”.
Così l’opera rende fiero il suo autore, ma soprattutto rende fieri coloro che la contemplano, perché restituisce la consapevolezza che senza speranza e senza pietà è difficile continuare a definirsi uomini.











