Il delitto di Hayat Fatimi, la donna di 46 anni accoltellata a morte nel centro storico di Foggia, è una ferita profonda per la città e per il Paese. Una tragedia annunciata che getta un’ombra gravissima sulla reale efficacia delle misure di protezione previste dalla legge. Nonostante la vittima avesse denunciato l’ex compagno, attivato il Codice Rosso e chiesto aiuto ai centri antiviolenza, la sua vita non è stata salvata.
Il Partito Democratico, le Donne Democratiche e i Giovani Democratici di Foggia definiscono l’omicidio di Hayat come “una sconfitta dello Stato”. Le norme esistono, ma non bastano se non vengono applicate con tempestività, monitorate con rigore e sostenute da una rete efficiente di protezione. La denuncia non può rimanere un atto isolato; deve essere l’inizio di un percorso rapido, concreto e sicuro per chi trova il coraggio di chiedere aiuto.
Una tragedia strutturale, non un’emergenza isolata
“Quello che è accaduto ad Hayat – affermano i Democratici – dimostra che non siamo davanti a emergenze isolate, ma a un fenomeno strutturale, che attraversa la nostra società in profondità e che richiede un’azione collettiva radicale e permanente.”
Il documento firmato dal PD foggiano richiama la necessità di una sinergia reale e quotidiana tra forze dell’ordine, magistratura, servizi sociali, sanità e scuola. Nessuna istituzione può chiamarsi fuori. Non servono soltanto protocolli formali o dichiarazioni pubbliche, ma risorse vere, formazione continua e responsabilità condivisa. Troppo spesso, i tempi della burocrazia e la frammentazione delle competenze diventano corresponsabili di ogni morte che poteva essere evitata.
Una riflessione profonda per tutta la città
“Hayat non può essere solo un nome nell’elenco delle vittime”, scrive il Partito Democratico. “È una chiamata alla responsabilità collettiva”. Per questo, viene rivolto un appello a tutta la città, affinché si fermi a riflettere: istituzioni, famiglie, scuole, media, comunità religiose. È il momento – insistono i Democratici – di chiedersi cosa non ha funzionato, cosa manca, cosa si può fare di più e meglio per evitare un’altra morte. Perché dopo Hayat, concludono, il silenzio diventa complicità.









