Ventidue ore al giorno chiusi in pochi metri quadri, in celle sovraffollate e surriscaldate. In Italia, d’estate, la detenzione si trasforma in tortura climatica. Non è un’immagine retorica: è quanto accade oggi negli istituti penitenziari italiani, dove l’aria diventa irrespirabile e la sopravvivenza una sfida quotidiana. Lo denunciano da anni associazioni come “Nessuno tocchi Caino”, lo certificano i report ufficiali del Garante dei detenuti, lo gridano – troppo spesso nel silenzio – i numeri dei suicidi. Ma nulla cambia.
“Le celle sono camere a gas”, ha dichiarato Elisabetta Zamparutti, fondatrice dell’associazione. Una frase dura, che non dovrebbe lasciare indifferenti. Eppure, è come se la prigione continuasse a rimanere un non-luogo per lo Stato, una zona opaca in cui la Costituzione si spegne, dove la pena detentiva si somma a quella dell’abbandono, della dimenticanza, dell’irrilevanza.
Il carcere di Foggia tra i peggiori d’Italia
A Foggia, la situazione è drammatica: secondo carcere più affollato d’Italia con un tasso che supera il 210%, come riportato dall’ultimo rapporto dell’associazione Antigone. E non va meglio nel resto della Puglia, da Trani a Lecce, da Taranto a Bari, dove si registrano numeri che sfidano ogni principio di razionalità amministrativa e rispetto umano. Istituti maschili e femminili che ospitano più detenuti del dovuto, strutture inadeguate, celle senza docce, finestre sigillate, orari limitati anche per accedere all’igiene personale.
Dopo oltre dieci anni dalla condanna da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo per trattamento inumano e degradante, l’Italia rischia ancora una volta di essere richiamata per le condizioni indecenti in cui versa il suo sistema penitenziario. Con la sola differenza che nel frattempo è cambiato il clima, peggiorato il caldo, aumentata l’indifferenza.
L’urgenza dell’“emergenza adesso”
“Il caldo è adesso”, insiste Zamparutti. Non tra sei mesi, non quando sarà approvato un nuovo piano edilizio, ma ora. E adesso, nel 2024, la temperatura è diventata un fattore di sopravvivenza. Il carcere di per sé non può essere un luogo facile. Ma non può diventare un inferno fisico e mentale.
Lo ha ricordato anche Rita Bernardini, presidente di “Nessuno tocchi Caino”, che da mesi porta avanti uno sciopero della fame per chiedere un indulto generalizzato: “Non si tratta solo di dare respiro alle carceri, ma di riaffermare il principio costituzionale del rispetto della dignità umana”.
Persino Gianni Alemanno, ex sindaco di Roma, oggi detenuto a Rebibbia, ha preso carta e penna: “La politica dorme con l’aria condizionata mentre noi viviamo in celle arroventate”. E se serve la voce di un politico per riaprire il dibattito, è la misura di quanto siano invisibili le migliaia di persone rinchiuse in silenzio.
Una proposta concreta: donare mini ventilatori ai detenuti
L’umanità, nel carcere, non si misura solo con i codici penali. Si misura anche con i gesti minimi, con le azioni semplici ma essenziali. Per questo, oltre al dovere delle istituzioni di garantire dignità, è tempo di coinvolgere la società civile in un’azione concreta e simbolica: donare mini ventilatori da tavolo ai detenuti, attraverso progetti di volontariato carcerario o raccolte coordinate con le direzioni degli istituti penitenziari.
Un piccolo oggetto, dal costo irrisorio, che però può migliorare le condizioni di vita in una cella. Può ridurre la pressione, il disagio, l’ansia. Può restituire un senso di attenzione, di non totale abbandono.
In molte carceri, come ha sottolineato il garante regionale Pietro Rossi, non ci sono aguzzini ma professionisti che lavorano ogni giorno in condizioni estreme, al caldo d’estate e al gelo d’inverno, insieme ai detenuti. Si resiste solo grazie a progetti minimi, a piccole battaglie quotidiane, a gesti concreti che possono salvare vite.
Il carcere non è un mondo escluso
“Il carcere resta di fatto un ‘mondo escluso’”, ha dichiarato Elisabetta De Robertis, garante uscente per i detenuti. Ma non deve essere così. Non può esserlo in una democrazia matura. Se lo Stato ha la pretesa di rieducare, deve dare per primo l’esempio del rispetto e della legalità.
A chi si scandalizza solo quando tocca i nomi noti, andrebbe ricordato che la dignità non è una concessione, ma un diritto universale. E che il caldo, nelle carceri, non fa distinzioni: soffoca tutti, colpevoli e innocenti, uomini, donne, agenti, educatori.
In attesa delle riforme strutturali, iniziamo da un gesto semplice. Facciamo entrare un po’ d’aria. Anche un ventilatore può diventare un atto di giustizia.










