Matteo Pettinicchio è credibile, come assodato anche dai magistrati della Dda, ma nel suo racconto spunta qualche crepa. Una di queste riguarda il presunto colpo al volto di Mario Luciano Romito, principale obiettivo della strage di San Marco in Lamis del 9 agosto 2017. A giustiziarlo sarebbe stato Enzo Miucci, boss del clan dei montanari detto “Renzino” o “U’ Criatur”. Sarebbe stato proprio Miucci a raccontarlo al suo ex braccio destro Pettinicchio.
Gli autori e la ricostruzione
“Esecutori autori materiali Enzo Miucci, Prencipe Roberto, Tucci Saverio e Perna Girolamo – ha detto il collaboratore di giustizia ai pm -. Giovanni Caterino ha fatto la bacchetta. Hanno sparato fucili e kalashnikov. Alla guida della C-Max era Tucci Saverio, gli altri tre hanno sparato. Miucci e Perna avevano il fucile, Prencipe aveva il kalashnikov e Tucci aveva la pistola. Mi ha raccontato tutto Enzo Miucci in carcere a Lanciano, nel 2018. Era un omicidio già deciso da almeno una decina di anni. Miucci mi disse che dopo essere uscito dal carcere Mario Luciano era stato a Capri e poi a Vieste. Era stato seguito passo passo. Miucci non mi ha raccontato da dove sono partiti; con Caterino hanno comunicato tramite cellulare, così come abbiamo sempre fatto in altre occasioni”.
“Miucci mi ha raccontato che il Fiorino era fermo, il Maggiolone ha rallentato, loro hanno sparato e l’auto di Romito e suo cognato è finita fuori strada. Mi ha raccontato che i fratelli Luciani avevano fatto segno a Romito di seguirli per andare in campagna da loro dove sarebbe dovuto avvenire un incontro con i foggiani, in particolare con Rocco Moretti (boss della “Società Foggiana” e storico alleato di Romito, ndr). Poco dopo che sono ripartiti il commando ha sparato i primi colpi ed il Maggiolone è finito fuori strada. Miucci è sceso dall’auto, ha raggiunto il Maggiolone ha aperto lo sportello e ha sparato in faccia a Mario Luciano dicendogli; ‘scapp mo Mario Romi’ (“scappa ora, Mario Romito”, ndr). Mi ha riferito che quando ha aperto lo sportello Romito era ansimante. Gli altri componenti del gruppo di fuoco hanno raggiunto il Fiorino dei fratelli Luciani e li hanno ammazzati. Miucci mi ha detto che hanno fatto l’azione travisati con i sottocaschi”.
Dal racconto sembra dunque improbabile che killer a volto coperto possano essersi accaniti su presunti testimoni scomodi che in nessun modo avrebbero potuto riconoscerli. In ogni caso, il capo della Dda Roberto Rossi insiste sulla totale estraneità dei due contadini pur evidenziando l’attendibilità del pentito: “Pettinicchio racconta quello che gli riferisce uno degli autori dell’omicidio di quel 9 agosto del 2017 – ha detto dopo gli articoli -, una storia inventata per giustificare l’assassinio di due innocenti. L’autore del delitto ha dovuto inventare una storia, dire una falsità, perché l’omicidio dei due innocenti ha creato dei problemi anche all’interno della stessa compagine criminale”. Resta allora da comprendere perché Miucci, nell’ormai lontano 2018, avrebbe dovuto propinare una menzogna al suo fedelissimo che all’epoca era a tutti gli effetti il numero 2 dell’organizzazione.
Le carte sulla strage parlano di modalità tipicamente mafiose e di “pervicace inseguimento e fredda esecuzione dei fratelli Luciani” da parte del commando armato.

L’ispezione cadaverica
Dalle ispezioni cadaveriche e da quanto scritto sulla sentenza del processo a Giovanni Caterino, condannato all’ergastolo e finora unico colpevole acclarato, questo presunto colpo al volto raccontato da Miucci a Pettinicchio non risulterebbe. Romito sarebbe morto dopo la prima sventagliata di proiettili, quando i killer a bordo della C-Max affiancarono il Maggiolone con dentro il boss manfredoniano (lato passeggero) e il cognato Matteo De Palma alla guida.
Sulla sentenza è scritto: “Imponenti lesioni cranio-encefaliche prodotte da almeno un colpo di arma da fuoco armata con munizionamento spezzato, che attingeva il Romito in corrispondenza della regione cervicale di sinistra, e della regione occipito-temporo-parietale di sinistra, producendo plurimi complessi fratturativi del neurocranio, con frammentazione del tavolato osseo in corrispondenza delle regioni temporale, parietale, occipitale nonché completo sfacelo del parenchima cerebrale, descrivendo un tramite intracranico obliquo diretto da sinistra verso destra, dall’indietro in avanti”.
E ancora: “Il cadavere di Romito Mario Luciano giaceva all’interno dell’autovettura seduto sulla parte anteriore della base del sedile destro lato passeggero e presentava le seguenti ferite provocate dall’esplosione di colpi di arma da fuoco: tre fori sulla faccia posteriore del collo e sfacelo neurocranico sulla regione parieto-occipitale”. Anche il fatto di essere finiti con l’auto sul terriccio, a pochi passi dalla stazione in disuso di San Marco in Lamis, potrebbe aver costretto i killer a non avvicinarsi ulteriormente per l’eventuale colpo di grazia.
In buona sostanza, la vittima è stata colpita sul lato sinistro del collo e sul lato sinistro della testa, con colpi che hanno attraversato diagonalmente il cranio da sinistra a destra e da dietro in avanti, causando fratture multiple e la completa distruzione del cervello.
Insomma, nessun colpo in pieno volto, come invece avvenuto in decine di omicidi di mafia garganica. Non è chiaro quando, come e perchè Miucci abbia detto “Scapp mo Mario Romì”, dinanzi alla vittima ansimante così come riferito da Pettinicchio.

Il coinvolgimento di Miucci&co.
Sembrano invece in linea le ricostruzioni circa gli esecutori dell’agguato. Nelle carte relative ad una recente operazione contro i montanari già emerse il coinvolgimento di Miucci e Prencipe.
“Vi è prova certa – si legge in un’ordinanza cautelare relativa a Miucci – che Caterino, appartenente al gruppo Li Bergolis, prese parte al quadruplice omicidio in qualità di ‘bacchetta’, ritirò insieme a Tommaso Tomaiuolo, altro esponente dei Li Bergolis, tre giorni prima, la vettura Ford C-Max utilizzata dai killer per compiere l’azione delittuosa, e che altri esponenti del clan Li Bergolis, tra cui il capo Enzo Miucci, parteciparono all’eccidio, secondo quanto propalato dal collaboratore di giustizia Andrea Quitadamo che apprese tali notizie in carcere dal predetto Tomaiuolo, il quale non fece alcun cenno al coinvolgimento nell’agguato di esponenti esterni al clan di sua appartenenza”.
A parere degli inquirenti “gli fece intendere che quel giorno della strage erano presenti anche altri sodali del clan Li Bergolis tra cui il viestano Girolamo Perna e Roberto Prencipe oltre a Enzo Miucci”. Riscontri anche su Saverio Tucci, tirato in ballo dal suo assassino, il collaboratore di giustizia Carlo Magno. Quest’ultimo spiegò agli inquirenti che Tucci stesso gli confidò di aver preso parte all’attentato. In base a questa narrazione, due dei quattro killer sarebbero dunque morti: Tucci detto “Faccia d’angelo” ammazzato da Magno ad Amsterdam ad ottobre 2017 per un affare di droga andato male e Perna alias “Peppa Pig”, ucciso ad aprile 2019 nell’ambito della guerra di mafia a Vieste contro il clan Raduano.
Riscontri anche da altre carte giudiziarie sulla mafia garganica. Miucci avrebbe contattato Perna palesando “una certa preoccupazione – si legge – sicuramente riferibile al pericolo di ulteriori azioni omicidiarie nella guerra tra clan: ‘Che faceva quella macchina quella sera con guanti e cappucci’… Come noto – evidenziò la giudice Valenzi -, il 9 agosto 2017 veniva assassinato Mario Luciano Romito, insieme a suo cognato Matteo De Palma e ai fratelli Luciani. Già dal giorno prima, Miucci non ha più utilizzato l’utenza monitorata risultando quindi irrintracciabile fino al giorno del suo arresto (avvenuto il 23 agosto 2017 a Monte Sant’Angelo). L’ultimo messaggio risale infatti all’8 agosto 2017 alle ore 12:52“.
Nonostante dubbi e interrogativi, gli inquirenti sembrano vicini a sbrogliare la matassa a quasi otto anni dalla strage di mafia che cambiò per sempre la storia criminale della provincia di Foggia.













