Nella Cattedrale di Foggia, nella celebrazione della Domenica delle Palme del 13 aprile 2025, il vescovo Giorgio Ferretti ha proposto una riflessione sul senso della solitudine di Gesù nei giorni della Passione. Una solitudine che non nasce dall’assenza di persone intorno a lui, ma dal vuoto di comprensione, dalla distanza spirituale di chi non riconosce nella sua debolezza la chiave della salvezza.
La folla che acclama ma non capisce
Il vescovo ha sottolineato come la folla che agita rami di ulivo al suo ingresso a Gerusalemme sia la stessa che lo abbandonerà poco dopo. Osanna gridati per opportunismo, in attesa di un Messia che cambi le cose con la forza. “Vedevano in lui un capo prepotente che si sarebbe sostituito ai governanti corrotti”, ha spiegato Ferretti. Ma Gesù risponde con il servizio, con l’umiliazione, con l’abbandono di ogni potere terreno.
Un Dio rifiutato perché troppo umano
Il rifiuto di Cristo nasce proprio da questa sua scelta di abbassamento. “Gli urlano da sotto la croce: perché non salvi te stesso?”, ha detto il vescovo, rimarcando l’incapacità umana di accettare un Dio che non si impone. Anche i discepoli si ritirano, delusi, perché non riconoscono più in lui il leader carismatico che si opponeva agli scribi e ai farisei. È in quel momento che Gesù resta solo, non perché abbandonato, ma perché rifiutato nella sua verità più profonda.
La solitudine come prova della verità
Ferretti ha definito quella solitudine “drammatica” ma anche “rivelatrice”. Nessuno vuole seguire un vinto, un condannato che non reagisce. Persino Giuda, ha osservato il vescovo, tradisce perché da Gesù non ricaverà più nulla. E quando nel Getsemani gli apostoli si armano come i ribelli, e Gesù li blocca con un “Basta”, non resta loro che fuggire. Forse, ha suggerito Ferretti, furono loro a sentirsi traditi, perché Gesù non era il Messia che si aspettavano.
I poveri, le madri, i malati: gli ultimi che restano
Con Gesù rimangono solo coloro che non si aspettano nulla in cambio. Donne che non credono nella violenza. Un ladro, morente come lui, che spera solo nella sua compagnia. Un cireneo sconosciuto che si lascia toccare dalla fragilità del Nazareno. Non sono i forti a riconoscerlo, ma chi ha compreso che l’amore non impone, non pretende, non schiaccia.
L’invito a restare sotto la croce
“Fuggiremo anche noi in questa Settimana Santa o resteremo sotto la croce?”, ha chiesto il vescovo ai fedeli. Rimanere significa cambiare sguardo sul mondo: “Basta con la prepotenza, con la forza”, ha detto. Solo un amore disarmato, solo un Dio che si fa debole, può liberare un’umanità che si distrugge con le proprie mani. “Solo la sua debolezza – ha concluso – è la forza che salva”.










