“La verità su Angelo Iaconeta“. La famiglia dell’uomo, scomparso a Mattinata nel 2003 quando aveva 37 anni, non si arrende e continua a chiedere che venga fatta luce sulle sorti del proprio caro. Stavolta i parenti si rivolgono direttamente al procuratore capo della Direzione distrettuale antimafia di Bari, Roberto Rossi invocando ulteriori approfondimenti su Iaconeta, soprattutto dopo le rivelazioni dei pentiti mattinatesi, i fratelli Antonio e Andrea Quitadamo detti “Baffino”, collaboratori di giustizia da qualche anno e Francesco Notarangelo alias “Natale”, pentitosi poche settimane fa. Proprio quest’ultimo ha ammesso di aver occultato cadaveri per conto del clan Lombardi-Scirpoli-Raduano, oggi guidato da un altro mattinatese, il 42enne Francesco Scirpoli detto “Il lungo”.
Nel corso dell’udienza di ieri del processo “Omnia Nostra”, Notarangelo ha confessato di aver fatto sparire i corpi di Francesco Simone, scomparso nel 2009 proprio a Mattinata, Francesco Libergolis, svanito da Monte Sant’Angelo nel 2011 ed ucciso dal clan (come ammesso dai fratelli Quitadamo) e Francesco Armiento, su “Chi l’ha visto?” dal 2016, anche quest’ultimo mattinatese. Fu dunque “Natale” ad occultare i cadaveri ed ora le famiglie vorrebbero almeno la restituzione dei corpi per una degna sepoltura.
L’avvocato Pierpaolo Fischetti, legale della famiglia di Angelo Iaconeta: “I miei assistiti chiedono agli organi competenti e nello specifico al procuratore capo dottor Rossi di poter conoscere attraverso esponenti pentiti delle associazioni mafiose locali, quale sia la verità della scomparsa di Angelo e soprattutto dove tentare di poter cercare il loro familiare”.
L’auspicio della famiglia è che i recenti collaboratori di giustizia dell’area del Gargano possano fornire nomi o particolari situazioni di apprendimento di fenomeni criminali in merito alla sparizione o qualsiasi altro elemento utile alle indagini, senza tralasciare anche altre piste come quella passionale. In ogni caso, questa la convinzione della famiglia, “una ‘lupara bianca’ non può essere stata perpetrata su un territorio controllato militarmente da aggregazioni criminali, senza la loro mano o tantomeno il loro avallo o comunque la loro mera conoscenza che una simile azione si potesse concretizzare”.











