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Home - Aneddoti e riflessioni col pm Ayala a Foggia: “Cosa nostra non gode di buona salute ma guai a sottovalutarla”

Aneddoti e riflessioni col pm Ayala a Foggia: “Cosa nostra non gode di buona salute ma guai a sottovalutarla”

Di Francesco Pesante
6 Maggio 2016
in Cultura&Società
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IMG_2801Pubblico in religioso silenzio per l’intervento di Giuseppe Ayala, pm nel maxi processo a “Cosa nostra”. Ieri sera nell’auditorium Santa Chiara di Foggia, l’iniziativa voluta dai giovani avvocati di Aiga, trascinati dal presidente Valerio Vinelli. In sala numerosi sostituti procuratori e avvocati del Foro foggiano. Ma il protagonista indiscusso è senza dubbio Ayala, in prima linea negli anni ’80 contro la cupola dei corleonesi, gestita dai boss Totò Riina e Bernardo Provenzano. Per Vinelli, Ayala è “simbolo soprattutto per chi studiava legge negli anni ’90, un punto di riferimento”.

Il rapporto con Falcone e Borsellino, l’esperienza in politica, il caso del direttore di Telejato Pino Maniaci, l’intervista di Riina jr a Porta a Porta. Tanta roba in circa due ore di dibattito. “Sono contento di essere stato invitato dai giovani perché mi ringiovanisce” – scherza Ayala -. Quasi immediata una riflessione sull’antimafia: “Questione complicata. Esiste quella seria, impegnata e senza secondi fini ma anche quella strumentale. Leonardo Sciascia ne parlava già nel gennaio ’87 sul Corriere della Sera, attaccando i professionisti dell’antimafia. Sciascia aveva una capacità di visione impressionante. Sapeva che sarebbe stata usata e strumentalizzata”.

Battute lampo sull’attualità: “Maniaci? Attendiamo che la magistratura faccia il suo corso ma di sicuro quelle intercettazioni sono imbarazzanti”. E sull’intervista a Riina jr attacca la Rai: “Vespa non c’entra. La Rai ha ceduto al ricatto mafioso di Riina accettando di fargli firmare la liberatoria solo dopo avergli mostrato la registrazione”.

IMG_2806

Cosa nostra

Oggi della mafia siciliana sappiamo tutto. Ma prima delle rivelazioni di Tommaso Buscetta, Falcone, Borsellino e lo stesso Ayala ignoravano l’esistenza di una organizzazione chiamata “Cosa nostra”. “I mafiosi non comparivano fino a quando Riina cambiò strategia iniziando ad attaccare lo Stato – dice Ayala -. Una decisione scaturita dalla crescita di Cosa nostra, divenuta molto potente grazie agli affari nel traffico di droga. Riina era un sanguinario vero. Buscetta ci raccontò tutto. Avevamo le tessere del mosaico ma mancava chi ci potesse dare una chiave di lettura. Grazie a lui riuscimmo a ricostruire l’organizzazione e la suddivisione dei poteri”.

Non sono mancati gli aneddoti raccontati dal pm siciliano. Come quello relativo al rapporto tra Buscetta e Falcone. “Giovanni lo andava a trovare nella stanza della questura dove Buscetta dimorava. Nessuno sapeva che collaborava con la giustizia. E lui voleva parlare solo con Falcone”. Ayala passò intere giornate accanto al pm morto nella strage di Capaci. Anche a casa di Falcone, lavorando su un tavolo da ping pong ricoperto da una marea di carte. Poi finalmente, nel 1987, la sentenza di oltre 8mila pagine che condannò la cupola all’ergastolo. Furono comminati oltre 2mila anni di carcere ai vari indagati. “Quella sentenza è il maggiore lascito che Falcone e Borsellino hanno fatto al nostro Paese”.

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Andreotti

Ayala andò ben presto a Roma a fare il deputato. E racconta l’elezione di Scalfaro a nuovo presidente della Repubblica. “Avrebbe vinto Andreotti ma proprio in quei giorni uccisero Falcone e quella strage fermò la sua scalata al Quirinale. Poi Andreotti, in quel periodo capo del governo, non venne neanche al funerale. Casualità? Non credo”.

La mafia oggi

“Riina non conta più un c…o dal ’93. Ora non c’è un capo. Negli ultimi anni ci sono stati ben pochi delitti. Ma guai a sottovalutare il fenomeno. La mafia non è in piena salute ma non è morta. Diciamo che è in corsia per accertamenti”.

Tags: AigaFoggiaGiuseppe AyalamafiaSiciliaValerio Vinelli
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