Uno tsunami potrebbe abbattersi sulla sanità pugliese. Il dipartimento Salute della Regione Puglia sta portando avanti una serie di verifiche e approfondimenti sui requisiti di accreditamento istituzionale di diversi operatori, soprattutto nell’ambito della riabilitazione e della psichiatria. Un caso particolarmente spinoso riguarda il consorzio Metropolis di Molfetta, autorizzato all’esercizio in quasi tutte le province pugliesi (tra le ultime attività intraprese, la Crap di Manfredonia Zeus). Con una nota, la Regione ha avviato la “revoca all’esercizio ed accreditamento istituzionale ex art. 7 L.N. 241/1990″ e contestualmente disponendo il “preavviso di rigetto delle autorizzazioni in corso di procedimento”. Per capire la portata potenziale del procedimento avviato a Bari, basta elencare solo alcune strutture gestite dalla onlus oggetto delle contestazioni: Crap “Don Lorenzo Milani” a Molfetta (Bari); le comunità alloggio psichiatrica “Agape” a Terlizzi (Bari), “Emmanuel” a Molfetta, “Nadir” e “Zenit” a Bari; il centro di Ginosa (Taranto); il gruppo appartamento psichiatrico “Marana Tha” di Molfetta; la Crap “Zeus” di Manfredonia; le comunità alloggio psichiatriche “Alda Merini” e “Don Aldo Prato” di San Severo; il centro diurno psichiatrico sempre a San Severo.
Stando a quanto rilevato dal dipartimento regionale, nelle strutture del consorzio ci sarebbero state “gravi e plurime violazioni delle previsioni in materia di organizzazione dell’orario di lavoro del personale”. Un caso emblematico riguarderebbe un medico capace di lavorare 87 ore a settimana in ben 9 strutture, dislocate in 4 province della Puglia. Uno sforamento tra le ore dichiarate e quelle effettivamente rese si risconterebbe nell’attività di altre 77 figure tra medici, personale di comparto e persino responsabili di struttura. In alcuni casi ci sarebbe una sovrabbondanza record di ore lavorate, addirittura superiore alle 100 ore settimanali (il limite per legge è fissato a 38). Una situazione che lascia dubbi sulla effettiva capacità di poter rispettare gli standard quantitativi e qualitativi nell’erogazione dei servizi e, per conseguenza, di rispondere al meglio ai bisogni di salute dei pazienti. Anche i contratti non sarebbero rispettati, perché sarebbe stato applicato il contratto collettivo Aris (strutture religiose) invece del CCNL Aiop, previsto come obbligo per chi opera nell’assistenza della salute mentale. Le Asl dei territori in cui operano le strutture dovranno ora verificare tutte le auto-dichiarazioni e i contratti, il rispetto dei requisiti organizzativi in tutte le strutture, oltre a quantificare “le somme complessivamente erogate alle strutture coinvolte al fine di procedere al recupero di quelle indebitamente versate”, sospendendo al contempo gli ulteriori versamenti dovuti fino alla fine del procedimento amministrativo. Infine, è stato previsto un piano di “ricollocamento dei pazienti attualmente ospitati presso le strutture in altre strutture analoghe da individuarsi in relazione alle necessità assistenziali dei pazienti medesimi, per il caso della definitiva adozione del provvedimento di revoca in autotutela”. Ora il rappresentante legale del Consorzio, Luigi Paparella, avrà 30 giorni per convincere la Regione ed evitare il ritiro dell’accreditamento e dell’autorizzazione all’esercizio.













