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Home - Il vescovo di Foggia ai cittadini: “La pandemia insegni a scegliere il ‘noi’ e non l’io. Bene comune torni al primo posto”

Il vescovo di Foggia ai cittadini: “La pandemia insegni a scegliere il ‘noi’ e non l’io. Bene comune torni al primo posto”

Di Redazione
5 Aprile 2021
in Cultura&Società
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Il doppio messaggio alla città di Foggia del vescovo Vincenzo Pelvi nelle omelie del Venerdì Santo e della Veglia Pasquale.

Via Crucis AC diocesana Ispirata a “Fratelli tutti” del 2 aprile: “Lo stupore della croce”

Carissimi,

l’immagine del soldato pagano ai piedi della croce è ricca di stupore. È la scena del centurione, che vedendo spirare Gesù, esclama: Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!

E noi, perché non sappiamo più stupirci davanti al Crocifisso? Forse perché restiamo chiusi nei nostri rimpianti e ci lasciamo paralizzare dalle nostre insoddisfazioni. In realtà non siamo più aperti alla presenza dello Spirito, che ci dà la grazia dello stupore.

Papa Francesco ci invita a guardare il Crocifisso e, avvolti dalla meraviglia, dire a Gesù: Signore, quanto mi ami! Quanto sono prezioso per Te! 

Torniamo a vivere, perché la grandezza della vita non sta nell’avere e nell’affermarsi, ma nello scoprirsi amati. Nel Crocifisso vediamo Dio umiliato, l’Onnipotente ridotto a uno scarto. Ma, capiamo che accogliendo e avvicinando gli umiliati dalla vita, noi amiamo Gesù.

Da dove viene lo stupore del soldato sul Calvario? Dal vedere morire Gesù che soffriva ma continuava ad amare. Egli, il Signore, sa riempire d’amore anche il morire. Dalla Croce possiamo iniziare un viaggio interiore e trovare quella “fraternità” che Papa Francesco definisce la bussola per orientare il nuovo anno e l’intera esistenza.

Sfidando scetticismo, rassegnazione e paura, impariamo a prenderci cura gli uni degli altri e del creato, debellando ogni forma di indifferenza, scarto e scontro, investendo su una cultura dell’incontro, della gentilezza e del perdono. L’incontro e la gentilezza sono necessari per affrontare e superare i conflitti che si generano nella vita dei singoli e delle comunità. Nell’animo di ogni persona passa il confine tra il bene e il male e nessuno deve sentirsi in diritto di giudicare, ma piuttosto avvertire il dovere di migliorare se stesso. Gli altri vanno incoraggiati, confortati, consolati e stimolati. La gentilezza non è un atteggiamento di buonismo ma lo stile di chi non ferisce con parole e gesti che umiliano e rattristano, irritano e disprezzano. Anche perdonare, non vuol dire permettere che si continui a calpestare la dignità propria o altrui, lasciando che un criminale continui a delinquere. Chi patisce ingiustizia deve difendere, senza ira, i diritti e custodire la propria dignità. Come pure perdonare permette di cercare la giustizia senza cadere nel circolo vizioso della vendetta né nell’ingiustizia di dimenticare.

La speranza è che la pandemia insegni a scegliere il “noi” e non l’io, a mettere il bene comune al posto dei troppi beni che si sono rivelati tutt’altro che bene. Sarebbe, questo sì, l’augurio di responsabilità per superare un attivismo affannoso e un godimento che non regge più. Beati coloro che, alla scuola del Crocifisso, afferrano il presente con mani libere, perché diventeranno, senza saperlo, costruttori di un futuro ricco di amore e di pace. 

Veglia pasquale 3 aprile: “Dal lamento al canto di gioia”

Carissimi,

le donne si recano di buon mattino al sepolcro con paura e palpitazioni: Chi farà rotolare la pietra dall’ingresso del sepolcro? Le loro mani sono piene di profumo e il loro cuore avvolto da una passione di amore fedele e insostituibile. Erano state presenti sul Calvario senza lasciare mai solo il loro Maestro e Signore, ora vogliono sognare che sia vivo come aveva predetto. Quanti dubbi e incertezze. Forse si erano sbagliate su quell’uomo di Nazareth, forse il loro era stato un sogno, un inatteso fallimento, una delusione per il silenzio del Padre. Ma l’amore è più forte di ogni dubbio: quello sguardo luminoso, quelle parole di compassione, quei gesti di accoglienza, gli insegnamenti di Gesù, come potevano finire nel nulla?

Donne ferite ma audaci, insicure e coraggiose, con passi sostenuti dalla forza della speranza. Vanno dove le porta il cuore, certe che il sole del giorno sorgerà di lì a qualche ora. 

Ma un’altra alba è pronta. Il macigno è stato fatto rotolare e un giovane con una veste bianca annuncia loro: Gesù è risorto! Il Signore si è messo in cammino prima di loro per riprendere la danza di una vita bella, gioiosa e nuova: Andate, dite ai miei discepoli, vi precedo in Galilea, lì mi vedrete.

Quale sorpresa sconvolgente! La Galilea è stata l’inizio della passione di amore: inizio e passione camminano insieme. Le donne dovranno riprendere la sequela allontanando ogni rassegnazione, perché nel luogo della morte, la morte non c’è più. 

Lo stupore, che le donne sperimentano nel giorno primo e ultimo della risurrezione, è l’inizio e il risveglio dell’entusiasmo del primo amore.

Con le donne siamo entrati nel sepolcro e ora ritorniamo sui nostri passi per annunciare la buona notizia. In tutti quei luoghi, dove sembra che il sepolcro abbia avuto l’ultima parola, e dove sembra che la morte sia stata l’ultima soluzione, andiamo ad annunciare, condividere, rivelare che è vero: il Signore è vivo.

È vivo e vuole risorgere in tanti volti che hanno seppellito la speranza, i sogni, la dignità. 

Andiamo e lasciamoci sorprendere da questa alba diversa, dalla novità di quella tenerezza che solo Cristo può dare.

Come il giovane vestito di bianco, anche noi rompiamo la catena dei pensieri tristi e diciamo: è risorto, deponendo la veste nera del lutto. Perché la vita arrivi dovunque. 

La risurrezione di Gesù non è una notizia da conoscere, ma un dono da accogliere, per vivere già oggi da risorti, per vedere la luce nel buio, per rinascere ogni giorno che muore.

La Pasqua, dunque, è solo un punto di partenza. È la fede, ossia l’incontro personale con Gesù, che ci permette di vivere con Lui e, dunque, di riconoscerlo come vivente. Solo abitando in Lui ogni momento e in ogni situazione della vita, possiamo sperimentare la sua presenza; dunque, la sua risurrezione dai morti. Egli è e sarà con noi – come ha promesso – tutti i giorni; anche e soprattutto nei giorni difficili, anche e soprattutto nell’ultimo giorno. Giorno di morte e risurrezione, per noi come già per Lui.

Tags: pasquavescovo di foggia
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