Colpo decisivo contro un’organizzazione dedita agli assalti ai portavalori. Nella giornata del 9 aprile la Polizia di Stato ha eseguito 16 misure cautelari in carcere su delega della Direzione distrettuale antimafia di Bologna, al termine di un’indagine che ha coinvolto diverse città, tra cui Cerignola.
L’operazione e gli arresti
Le misure sono state eseguite dalle squadre mobili di Bologna, Chieti, Foggia e Modena, con il supporto del Servizio centrale operativo, tra Cerignola e vari istituti penitenziari.
Quattordici dei sedici destinatari erano già stati arrestati in flagranza il 18 marzo scorso a Vignola, in provincia di Modena, durante un’operazione che aveva interrotto un assalto in preparazione sull’autostrada A1. Il giudice per le indagini preliminari ha ora confermato e rinnovato le misure cautelari, trasmettendo gli atti alla DDA competente.
La cattura dei due ricercati
Le indagini hanno consentito anche di individuare e arrestare due soggetti inizialmente sfuggiti alla cattura. Entrambi sono stati rintracciati a Cerignola nel pomeriggio del 9 aprile.
Il primo, un uomo del 1981 con precedenti per reati contro il patrimonio, è ritenuto l’organizzatore dell’assalto: secondo gli investigatori avrebbe curato i sopralluoghi e la pianificazione dell’azione.
Il secondo, classe 1990, avrebbe gestito la logistica del gruppo in Emilia, occupandosi anche del reperimento del luogo in cui la banda si era radunata e dei mezzi e delle armi utilizzate.
Metodo paramilitare e aggravante mafiosa
Elemento centrale dell’inchiesta è la contestazione dell’aggravante del metodo mafioso per tutti gli indagati. Secondo la DDA, il gruppo avrebbe pianificato l’assalto con modalità paramilitari, utilizzando armi da guerra, esplosivi e materiali combustibili.
Un arsenale che evidenzia la pericolosità dell’organizzazione e la capacità operativa del gruppo, pronto a colpire con tecniche militari.
I nomi
Tra i principali indagati per il colpo fallito sull’A1 figurano i foggiani Andrea Baratto e i fratelli Luigi e Antonio Perdonò, i cerignolani Rocco Prudente, Paolo Schiavulli, Giuseppe Bruno, Matteo Cannone, Antonio Sciusco, Antonio Casamassima, l’albanese residente a Cerignola Emiliano Smakai, il sanseverese Carmine Delli Calici, il campano Carmine Di Benedetto residente nel Modenese e gli altri due albanesi Alban Zeneli e Jurgen Xhixha.
Luigi Perdonò, soprannominato “Gigino spezzacatene”, è sopravvissuto anche a un agguato durante la guerra di mafia foggiana tra il 2002 e il 2006, rimanendo ferito nell’attacco armato del 2003 in cui fu ucciso Francesco De Luca, vicino al clan Trisciuoglio-Tolonese-Prencipe, parente del boss Salvatore Prencipe, quest’ultimo ammazzato nel 2023 al quartiere Cep di Foggia.
Tra i nomi di peso anche quello del sanseverese Delli Calici, ritenuto vicino agli ambienti della “Società Foggiana” e già condannato in procedimenti per mafia, estorsioni e armi. Era tornato libero solo lo scorso gennaio dopo una lunga detenzione iniziata nel 2017. Delli Calici è vicino allo storico boss di San Severo, Giuseppe La Piccirella detto “il professore” o “il ragioniere”, alleato di Rocco Moretti, capoclan di Foggia.
Le indagini
Le investigazioni, condotte dalle squadre mobili di Modena e Bologna con il coordinamento della DDA, hanno permesso di raccogliere gravi indizi a carico degli indagati, ricostruendo l’intera rete organizzativa e i ruoli dei singoli componenti.
Il procedimento è ancora nella fase delle indagini preliminari e, come previsto dalla legge, per tutti gli indagati vale la presunzione di innocenza fino a eventuale sentenza definitiva.










