Aoltre sette anni dai fatti, il processo per la morte di Donato Monopoli entra in una fase decisiva. Dopo l’annullamento della sentenza da parte della Corte di Cassazione, il procedimento è tornato davanti alla Corte d’assise d’appello di Bari, chiamata a riesaminare il caso alla luce di un punto chiave: la prevedibilità dell’esito mortale.
A fare chiarezza sulla posizione della difesa è l’avvocato Paolo D’Ambrosio, legale di Francesco Stallone, imputato insieme a Michele Verderosa. Il primo condannato inizialmente per omicidio volontario a 15 anni, il secondo a 11. Pene scese in appello, per omicidio derubricato in preterintenzionale, a 10 e 7 anni di reclusione.
“La rissa c’è stata, ma non la volontà di uccidere”
“La partecipazione di Stallone alla rissa in discoteca è innegabile, così come è innegabile che da quell’episodio sia derivata la morte del ragazzo”, spiega il legale. Tuttavia, secondo la difesa, il punto centrale del processo non è più la dinamica dei fatti, ma la loro qualificazione giuridica.
“La questione è capire se quell’evento fosse prevedibile”, sottolinea D’Ambrosio.
Il nodo dell’aneurisma
Secondo quanto accertato anche in sede peritale e ribadito dalla Cassazione, Monopoli sarebbe morto a causa della rottura di un aneurisma cerebrale preesistente, ovvero una fragilità vascolare che si sarebbe manifestata durante la lite.
“È un dato inoppugnabile – evidenzia l’avvocato – che la morte sia avvenuta per una causa vascolare preesistente”.
Le lesioni riscontrate, aggiunge, sarebbero state “di modestissima entità”, tali da non poter essere considerate idonee a provocare la rottura del vaso.
“Non si può parlare di pestaggio”
Il legale respinge anche la narrazione di un’aggressione violenta: “Non si può affermare che ci sia stato un duro pestaggio. Le lesioni accertate sono minime, come una ferita al sopracciglio, senza ulteriori riscontri di gravità”.
Per questo motivo, secondo la difesa, verrebbe meno il presupposto per configurare un omicidio preterintenzionale, che richiede la prevedibilità della morte come conseguenza delle azioni compiute.
Le parole ai familiari
D’Ambrosio non manca di rivolgere un pensiero ai familiari della vittima, che da anni chiedono giustizia anche attraverso iniziative pubbliche.
“C’è tutta la comprensione umana e il dovere di chiedere perdono, perché quanto accaduto ha visto comunque la partecipazione del mio assistito, seppur senza volontà”, afferma.
Allo stesso tempo, ribadisce la necessità di “ricondurre le responsabilità nel corretto ambito giuridico, senza creare un mostro che non esiste”.
Verso la sentenza di luglio
Ora sarà la Corte d’assise d’appello di Bari a stabilire se l’evento morte fosse prevedibile o meno, elemento decisivo per la qualificazione del reato.
La sentenza dell’Appello bis è attesa per luglio e potrebbe rappresentare un passaggio definitivo in una vicenda giudiziaria complessa e seguita da anni dall’opinione pubblica.










