Resta in carcere Boubakar Toure, il 33enne senegalese accusato dell’omicidio di Mamina Nyassi, 20enne gambiano, ucciso il 13 marzo nel ghetto “L’Arena” di San Severo. Il giudice per le indagini preliminari ha convalidato l’arresto, delineando un quadro pesante sulla personalità dell’indagato e sulla dinamica dei fatti.
Il delitto nel ghetto e la versione dell’indagato
Quando i poliziotti sono arrivati nel pomeriggio, Toure era seduto su un divano, ancora con in mano la mazzuola utilizzata per colpire la vittima. Il corpo del giovane, con accanto un coltello, giaceva in una stanza della struttura.
In un italiano incerto, l’uomo ha cercato di giustificarsi: “Io avere litigato con mio amico. Lui fatto male, lui offeso mio Dio e avere coltello. Per questo io colpire lui con martello per difendere me”.
Una versione che però non ha convinto gli investigatori e che, secondo il giudice, non può essere utilizzata perché non si tratta di dichiarazioni spontanee ma sollecitate dalla polizia.
Le accuse e la decisione del giudice
La procura contesta a Toure l’omicidio aggravato dall’uso di un mezzo insidioso, il martello di 22 centimetri sequestrato dopo il delitto. Il gip, tuttavia, ha escluso questa aggravante, così come quella della premeditazione, ritenendo che il litigio tra i due risalga a una settimana prima e non configuri una pianificazione dell’omicidio.
Il giudice ha anche escluso il pericolo di fuga e quello di inquinamento delle prove, ma ha confermato la custodia cautelare in carcere per il rischio di reiterazione del reato.
“Un uomo aggressivo e temuto”
Nell’ordinanza emerge un ritratto particolarmente duro dell’indagato, descritto come “un uomo arrabbiato, aggressivo, litigioso, temuto e isolato nella comunità”.
Parole forti, accompagnate da una valutazione altrettanto netta: chi è capace di “sfondare il cranio a un altro ospite a colpi di mazzuola” viene definito una “bomba pronta a esplodere” in caso di nuovi contrasti.
Il litigio e il clima nel ghetto
A ricostruire il contesto è anche la testimonianza di un altro migrante, che ha riferito di un litigio tra Toure e Nyassi avvenuto circa una settimana prima del delitto. I due condividevano la stessa stanza, ma erano stati separati proprio per le tensioni.
“Ma Mamina aveva paura di dormire insieme a Boubakar”, ha raccontato il testimone agli investigatori.
Non ci sono testimoni diretti dell’omicidio. Un altro migrante ha riferito di aver visto Toure uscire dalla stanza con i vestiti insanguinati e il martello in mano, chiedendo di chiamare un’ambulanza.
Esclusa la legittima difesa
La presenza di un coltello accanto al corpo della vittima aveva fatto ipotizzare una possibile legittima difesa, sostenuta anche dalla difesa dell’indagato. Tuttavia, per il giudice questa ipotesi è da escludere.
Decisivo il confronto tra la violenza delle martellate, che hanno sfondato il cranio della vittima, e l’assenza di segni di aggressione sul corpo di Toure. Secondo il gip, anche l’eventuale uso del coltello da parte di Nyassi sarebbe stato, al massimo, tentato.
L’omicidio rappresenta l’ottavo caso di questo tipo registrato dal 2016 nei ghetti della Capitanata, riaccendendo l’attenzione sulle condizioni di vita e sulla sicurezza all’interno di queste realtà.











