La lunga battaglia legale di Antonio La Porta, sacrista del Santuario di San Pio, segna un nuovo passaggio decisivo: la Corte d’Appello di Bari ha rigettato il ricorso della Fondazione e ha confermato integralmente la sentenza del Tribunale di Foggia che aveva annullato l’ultimo licenziamento, ordinato la reintegra e riconosciuto la piena applicazione del contratto collettivo con Appendice A. Con questa decisione, La Porta ottiene la decima vittoria in tribunale, consolidando un quadro giurisprudenziale ormai definitivo. Al centro della strategia difensiva della Fondazione resta la tesi secondo cui a San Giovanni Rotondo non arriverebbero veri pellegrini ma turisti, interessati soprattutto alla struttura di Renzo Piano e ai mosaici di Rupnik, e non alla devozione verso San Pio. Secondo questa ricostruzione, il Santuario sarebbe paragonabile a monumenti come il Duomo di Milano o le grandi basiliche di Firenze, e per questo non sarebbe soggetto alle norme previste per i grandi luoghi di culto.
Il cuore della controversia: il Santuario come “sito turistico”
Negli anni, nei processi e nei documenti prodotti, la Fondazione ha sostenuto che l’afflusso dei devoti sarebbe circoscritto a poche giornate, in particolare alla festa del 23 settembre (giorno della morte del frate, nel 1968), mentre per il resto dell’anno i visitatori sarebbero mossi da motivazioni culturali, non religiose. Da qui la tesi: il contratto speciale previsto per i grandi santuari non sarebbe applicabile. Una posizione che rappresentava il principale tentativo di sottrarsi agli obblighi contrattuali introdotti dall’Appendice A, che prevede tutele più ampie per i sacristi e gli addetti al culto.
La sentenza Caputo e la conferma dell’Appello: “È fatto notorio che San Giovanni Rotondo sia meta di pellegrinaggio mondiale”
La sentenza di primo grado, confermata in ogni sua parte dalla Corte d’Appello, ha demolito la tesi dei frati. Il giudice Ivano Caputo ha stabilito che l’afflusso dei fedeli è continuo, non limitato a particolari festività, e che il Santuario rientra a pieno titolo tra i grandi luoghi di pellegrinaggio. La Corte d’Appello ha confermato questa ricostruzione, respingendo integralmente le argomentazioni della Fondazione e dichiarando infondata la distinzione tra “turisti” e “pellegrini” proposta dai frati.

Licenziamento nullo, condotta ritorsiva, reintegra totale
L’ultimo licenziamento di La Porta, del 10 giugno 2024, era scaturito dalla contestazione di un’intervista pubblicata sul Corriere della Sera. La Fondazione aveva accusato il lavoratore di aver danneggiato l’immagine dell’ente con le proprie dichiarazioni. Ma i giudici hanno stabilito che quelle affermazioni rientravano nel pieno esercizio del diritto di critica, soprattutto perché riguardavano le condizioni di lavoro e il mancato rispetto delle sentenze precedenti. La denuncia per diffamazione promossa dalla Fondazione in seguito all’articolo è stata archiviata. Il tribunale, inoltre, ha più volte rilevato la natura ritorsiva del licenziamento: la contestazione disciplinare era arrivata pochi giorni dopo il deposito di un ricorso da parte del lavoratore e appariva come un nuovo tentativo di aggirare gli obblighi di reintegra. La Corte d’Appello ha confermato questo quadro, definendo infondato ogni argomento della Fondazione.
Il CCNL Sacristi con Appendice A è pienamente valido e obbligatorio
La decisione dell’Appello ribadisce un punto ormai ineludibile: il contratto nazionale con Appendice A è valido, vigente e deve essere applicato. Nessuna interpretazione sui flussi dei visitatori, né richiami a presunte motivazioni economiche, può giustificare la sua disapplicazione.
Il principio è oggi chiaro: un Santuario che accoglie fedeli da tutto il mondo deve tutelare i propri lavoratori secondo un contratto adeguato alla sua natura.
Dieci vittorie in tribunale posson bastare?
Con dieci sentenze favorevoli, la vicenda si concentra ora sulle modalità con cui La Porta è stato riassunto nel giugno 2025. Quella riassunzione, pur formalmente effettuata, non rispettava le sentenze che avevano imposto il ripristino integrale delle mansioni di sacrista previste dal contratto collettivo (sacrista e non vigilante). Il tema non riguarderebbe più soltanto la Fondazione come ente, ma coinvolgerebbe le responsabilità personali di chi ha materialmente gestito le procedure e ha portato aventi le cause in tribunale, come Padre Aldo Broccato e Matteo Pappalardo, direttore delle risorse umane, esecutore delle scelte operative poi sconfessate dai giudici.
La questione potrebbe ora aprire nuovi scenari nelle sedi competenti, legati al mancato rispetto delle sentenze e agli obblighi derivanti dal contratto collettivo. Peraltro, in primavera è previsto il rinnovo delle cariche del provinciale dei frati: con questo scenario, potrà essere riconfermato il ministro fr. Francesco Dileo?
Una vicenda che ridefinisce il rapporto tra lavoro, culto e identità religiosa
Il caso La Porta non è più solo una controversia sul lavoro: è diventato uno specchio del modo in cui gli enti religiosi si rapportano al diritto del lavoro moderno.
La giustizia afferma che San Giovanni Rotondo non è un sito turistico, ma uno dei più importanti luoghi di pellegrinaggio del mondo. E che chi vi opera, a maggior ragione se svolge funzioni liturgiche, deve essere tutelato da un contratto adeguato alla realtà del luogo e alla sua importanza spirituale. A margine di questa lunga vicenda, emerge anche un dato che ha del paradossale: oggi Antonio La Porta detiene un curioso record nazionale. È, di fatto, l’uomo più licenziato d’Italia da uno stesso datore di lavoro e quello che ha vinto il maggior numero di cause contro lo stesso ente. Un primato singolare, reso ancora più sorprendente dal fatto che il datore sia un’istituzione religiosa.















