Il caso Garlasco, anche qualora dovesse rivelarsi un errore giudiziario, non può diventare il pretesto per sostenere una riforma costituzionale come la separazione delle carriere. A dirlo è Donatella Curtotti, pro rettrice dell’Università di Foggia, che affida a una riflessione pubblica un giudizio netto sul clima che accompagna il referendum e sul dibattito che lo circonda.
Secondo Curtotti, la trattazione mediatica del caso è stata segnata da “disinvoltura e sciatteria”, con il rischio di produrre conseguenze gravi sulla percezione della giustizia. “Se si pensa che la giustizia abbia motivo di ingenerare vergogna – osserva – allora dovremmo tutti chiedere scusa ai cittadini. La giustizia è una cosa seria”.
Il nodo della riforma costituzionale
Nel mirino della pro rettrice non c’è solo il racconto mediatico, ma soprattutto il merito della riforma. Curtotti dichiara di provare crescente disagio per il modo in cui viene condotto il confronto sul referendum, evitando volutamente toni polemici ma ponendo una questione centrale: quali sono le motivazioni tecniche a sostegno del sì.
“Quando si cambia un assetto costituzionale – sottolinea – si deve parlare di diritto, non di suggestioni”. Un richiamo diretto a un dibattito che, a suo avviso, si fonda troppo spesso su argomentazioni emotive o su presunti legami personalistici tra pubblici ministeri e giudici, senza un reale approfondimento giuridico.
Procure più forti e rischio squilibri
Curtotti entra poi nel merito degli effetti della riforma, evidenziando come la separazione delle carriere rischi di irrobustire eccessivamente le procure. Il sorteggio, osserva, potrebbe anche indebolire le correnti, ma finirebbe per accentrare il potere decisionale nelle mani dei procuratori più forti e carismatici.
“Si staccherebbero le procure dalla cultura della giurisdizione – afferma – creando un ordine autonomo e gerarchizzato, che renderebbe il pubblico ministero il potere più forte dello Stato”. Una prospettiva che, da studiosa del diritto, non viene certo rassicurata da slogan o vignette divulgative.
Il ruolo del Csm e il rischio politico
Altro punto critico riguarda il Consiglio superiore della magistratura. Curtotti ricorda che il Csm compie già oggi atti di natura politica, fornendo pareri al governo e formulando proposte. La creazione di due Csm, secondo la pro rettrice, finirebbe per moltiplicare questi poteri, già previsti dalla norma.
Il timore finale è che, dietro la retorica della parità delle parti, si nasconda un rischio ben più profondo: “Quando una norma costituzionale viene cambiata in modo pretestuoso – avverte – siamo a un passo dal controllo politico”.
Un appello al confronto giuridico
Curtotti chiude con un appello chiaro: i sostenitori del sì parlino di norme, non di prassi devianti o di slogan. “Vorrei che mi si parlasse di diritto”, ribadisce, mettendo in guardia anche l’avvocatura, che potrebbe ritrovarsi a dover difendere la propria autonomia non solo dal governo, ma anche da procure sempre più forti.
Un intervento che riporta il confronto sul terreno che, secondo la pro rettrice dell’Università di Foggia, dovrebbe essere l’unico legittimo: quello del diritto costituzionale, lontano dalle semplificazioni e dalle suggestioni mediatiche.










