La criminalità organizzata pugliese continua a penetrare nei gangli vitali del territorio, in particolare nei rapporti con la politica. Il procuratore capo di Bari, Roberto Rossi, ha rilanciato in queste ore, con parole nette e allarmate, i contenuti già espressi dal pm Francesco Giannella in Commissione parlamentare antimafia, come riportato oggi da La Gazzetta del Mezzogiorno.
Rossi ha parlato di “grande attenzione” della Procura sui legami tra mafie e politica, denunciando la pericolosa normalizzazione del voto di scambio: “Non c’è la sensibilità culturale per considerarlo un reato grave. Si dà per scontato che il voto sia una merce da vendere. Così la gente non denuncia”. Un dato drammatico che, secondo i magistrati baresi, rivela una preoccupante assuefazione ai meccanismi criminali, favorita – paradossalmente – anche dal miglioramento della percezione di sicurezza, effetto delle numerose operazioni antimafia degli ultimi anni.
Infiltrazioni nell’economia: “Dove ci sono soldi, arriva la mafia”
Un altro fronte caldo è quello dell’economia. Giannella ha sottolineato il rischio che la mafia si sposti verso settori imprenditoriali in espansione, in particolare il turismo, che a Bari e in Puglia sta vivendo una stagione di grande crescita. Anche se non ci sono prove dirette di un controllo mafioso nel comparto turistico, Rossi ha ammesso che ci sono segnalazioni sporadiche, e ha avvertito: “È ovvio, dove stanno i soldi sta la criminalità organizzata”.
“Cellulari in carcere, problema serissimo”
Tra i temi più gravi e urgenti secondo la Dda c’è quello dei telefoni cellulari che entrano negli istituti di pena, spesso recapitati con droni. “È un problema serissimo – ha detto Rossi – e servono sistemi di controllo finanziati dalla politica. Altrimenti per i mafiosi è come stare a casa”.
Giannella ha fornito dettagli inquietanti: detenuti che pubblicano video dai social direttamente dalle celle, che esibiscono magliette del Bari appese ai muri o che fanno estorsioni in diretta video, dimostrando come “il sistema carcerario sia incapace di spezzare i legami tra chi è dentro e chi è fuori”. “Noi – ha denunciato il pm – otteniamo le carcerazioni, ma loro sbeffeggiano lo Stato. Non si può più andare avanti così”.
La nuova criminalità è giovane, violenta e social
Altro fenomeno preoccupante è la deriva criminale delle nuove generazioni, figlie di mafiosi oggi detenuti ma meno “educate mafiosamente”. “Agiscono in maniera spavalda e vistosa – ha spiegato Giannella – soprattutto nei luoghi di aggregazione come le discoteche, dove arrivano per mostrare il loro ‘peso’ e la loro appartenenza”.
Sono ragazzi noti, spesso figli di famiglie mafiose, che pretendono di entrare nei locali senza pagare, armati e con la droga in tasca, pronti a provocare e mettersi in mostra. “Tutto è social, tutto è rappresentazione esterna – ha osservato il magistrato – ci si contende il palcoscenico come se fosse uno scenario criminale da esibire”.
Un grido d’allarme
Le parole dei vertici della Procura barese suonano come un grido d’allarme, che chiama in causa anche la politica e le istituzioni: dalla riforma del sistema carcerario ai controlli economici, fino alla lotta culturale contro la banalizzazione della mafia.
“La repressione non basta – ha concluso Giannella – serve una strategia organica per non perdere il contatto con la realtà e non lasciare che la criminalità continui a mimetizzarsi e a rafforzarsi tra le pieghe della normalità”.










