È bastato un foglio accartocciato in un cestino per far partire una delle più clamorose inchieste sul riciclaggio di denaro in Basilicata e in Puglia. Un’intuizione di un agente del Commissariato di Melfi, nel 2017, ha dato origine a un’indagine che oggi ha portato a nove arresti – sette in carcere e due ai domiciliari – tra cui quello di Antonio Liseno, noto imprenditore e proprietario del resort di lusso San Barbato di Lavello. Secondo gli inquirenti, Liseno sarebbe parte di un meccanismo rodato di riciclaggio dei proventi di rapine armate e attività criminali, legato a un gruppo di Cerignola. Tra le persone finite in cella figurano, tra gli altri, i cerignolani Pasquale Saracino, 50 anni detto “Lino U’ Negr” e Sante Cartagena, 67 anni, entrambi specialisti degli assalti ai portavalori. Le carte dell’inchiesta hanno inoltre svelato possibili intrecci tra Liseno e il potente clan Piarulli.
Il foglio nel cestino che ha aperto l’inchiesta
Il particolare, emerso nel corso della conferenza stampa tenutasi oggi a Potenza, è stato illustrato dal questore Raffaele Gargiulo: fu proprio il ritrovamento casuale di un documento gettato in un cestino a far emergere i primi indizi sui rapporti tra Liseno e Angelo Finiguerra, imprenditore edile anch’egli finito in carcere. Quel pezzo di carta conteneva elementi ritenuti sospetti, legati alla realizzazione del resort. Da lì, le indagini della Direzione Distrettuale Antimafia sono andate avanti per anni, fino ad accertare un presunto sistema di riciclaggio in grado di “ripulire” milioni di euro provenienti da colpi messi a segno in tutta Italia, in particolare assalti ai portavalori.
I numeri dell’inchiesta: 62 indagati e 11 società coinvolte
All’operazione hanno partecipato Polizia e Guardia di Finanza, con il coordinamento della procura antimafia potentina. Secondo quanto emerso, i proventi di numerose rapine venivano reinvestiti attraverso attività imprenditoriali apparentemente lecite. Come spiegato da Maurizio Miscioscia, rappresentante dello SCO (Servizio centrale operativo), è la prima volta in Italia che viene dimostrato un collegamento diretto tra i proventi di assalti a furgoni portavalori e operazioni imprenditoriali di ampio respiro. In tutto sono 62 gli indagati, mentre undici società sono finite nel mirino degli inquirenti.
La risposta del resort: “Siamo pienamente operativi”
Nonostante il sequestro preventivo disposto dalla procura, il resort San Barbato continua ad operare. A rassicurare clienti e dipendenti è la stessa direzione del resort, che tramite i canali ufficiali ha chiarito la situazione: “Le informazioni attualmente in circolazione, che riporterebbero l’asserita chiusura o il sequestro della nostra struttura, risultano del tutto prive di fondamento, fuorvianti e non corrispondenti alla realtà dei fatti”.
La struttura è stata affidata a un amministratore giudiziario e rimane aperta, con tutto il personale regolarmente in servizio. “Continueremo ad accogliere con la consueta professionalità e dedizione i nostri ospiti – si legge ancora nella nota – garantendo gli alti standard qualitativi che da sempre ci contraddistinguono”.
L’inchiesta, però, getta un’ombra pesante su quello che da anni viene considerato un punto di riferimento del turismo di lusso in Basilicata e rappresenta un colpo durissimo per l’immagine imprenditoriale del territorio, ora al centro di un’indagine che abbraccia economia, criminalità organizzata e riciclaggio.









